La Lega vuol condannare i giovani del Sud all’emigrazione
Perché portare il lavoratore dove c’è la fabbrica e non il contrario?
03/12/1999 17.07.00
Cittadino meridionale, titolo di studio: scuola media superiore o laurea, fortemente motivato, cerca lavoro preferibilmente al Sud, possibilmente nella propria città. Potrebbe essere questo l’annuncio di domanda di lavoro che ogni giovane delle nostre parti vorrebbe sottoscrivere. Purtroppo il mercato del lavoro non è fatto a misura dei desideri di ciascuno di noi, soprattutto se abbiamo avuto la ventura di nascere al Sud (“sua ventura ha ciascun dal dì che nasce”, diceva Petrarca). E così accade che al Nord si sia giunti quasi alla piena occupazione, anzi si registra una carenza di manodopera tale da mettere in crisi la produzione stessa di molte aziende. Questo problema è ritornato prepotentemente di attualità, e quindi si trova al centro del dibattito tra governo e imprenditori, in occasione della vicenda dell’azienda metalmeccanica milanese Tosi che non riesce a trovare 1.500 operai, mentre nel Mezzogiorno ci sono migliaia di disoccupati. La soluzione più semplicistica secondo i più sarebbe quella di favorire nuovamente i flussi di emigrazione dal Sud verso il Nord. Normali corsi e ricorsi storici, direbbe qualcuno, ritornando con la mente all’emigrazione biblica degli anni ’50, che generò il boom economico con il conseguente riscatto dell’Italietta uscita sconfitta dalla guerra, ma entrata di diritto fra i maggiori paesi industrializzati del mondo. A chi predica l’emigrazione, andrebbe ricordato che le condizioni sociali ed economiche di allora, per fortuna, non ci sono più, lo scenario congiunturale è cambiato. Se all’epoca si emigrava per fame, ma “con la morte nel cuore”, oggi ci si sposta solo se le condizioni economiche sono adeguate, anche se non sufficienti. I giovani meridionali in cinquant’anni hanno imparato a far di conto e sono in grado di valutare il rapporto costi-benefici prima di fare una scelta, soprattutto importante per il loro futuro come è quella del lavoro. Questo il loro ragionamento: perché devo lasciare il mio paese per andare al Nord a guadagnare una somma uguale a quella che sarò costretto a spendere per vitto, alloggio e quant’altro serve, ad esempio, a Milano. Quale imprenditore farebbe la stessa cosa? Perché si ragiona sempre dalla parte del potere, economico o politico che sia, e non dalla parte del cittadino-lavoratore? Perché si deve portare il lavoratore dove c’è la fabbrica e non il contrario? Anche questa seconda ipotesi risponde a canoni economici. Non è forse vero che molti industriali hanno minacciato di trasferire le loro aziende nell’Est europeo? Perché in quei Paesi sì e nel Mezzogiorno no? I cittadini meridionali non hanno gli stessi diritti o le stesse capacità? Crediamo che il problema sia solo di mentalità: si ripetono slogan stantii come la mancanza di sicurezza e di infrastrutture. Ma basterebbe un piano governativo a tappe forzate per ristabilire almeno condizioni territoriali di parità. Ma è questo che il Nord vuole? Oppure teme di fare i conti con la Lega? Un geniale imprenditore meridionale come Pasquale Natuzzi, qualche giorno fa in un’intervista alla Stampa invitava i suoi colleghi industriali a venire a investire al Sud e citava come esempio il triangolo del salotto Santeramo-Altamura-Matera, dove “facciamo fatica a trovare dipendenti – aggiunge il re dei divani – stiamo costruendo due nuovi stabilimenti e li abbiamo progettati in provincia di Taranto, a Ginosa e Laterza, per rimediare alla difficoltà di reperire personale”. E al giornalista incredulo che chiedeva: sta dicendo che la vostra area è come il Nord che non trova manodopera? Natuzzi precisava: facciamo fatica a trovare dipendenti. E aggiungeva che per i giovani del Sud non è agevole andare a lavorare al Nord per un problema di salario… La mobilità è necessaria – secondo Natuzzi – ma possono farla le aziende. Del resto abbiamo aperto uno stabilimento in Cina e ne apriremo uno in Brasile, non vedo quale difficoltà possa avere un imprenditore del Nord a creare una nuova iniziativa nel Mezzogiorno: “parliamo la stessa lingua, abbiamo la stessa cultura”. E se un industriale illuminato come Natuzzi dimostra di credere nel Mezzogiorno, non vediamo perché non possa farlo un imprenditore settentrionale, forte anche di una tradizionale cultura d'impresa capace di superare le difficoltà del territorio con investimenti mirati. Gli ultimi dati confermano la crescita del Mezzogiorno. Il riequilibrio territoriale interesse a tutti anche ai settentrionali, ammenocchè non si voglia la secessione che anche Bossi dichiara di aver dimenticato. Occorre trovare la capacità non solo di fare, ma di essere sistema.
Felice de Sanctis - La Gazzetta del Mezzogiorno
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