Riccardo Muti da Molfetta alla Scala. Bacchette sulle mani del gran maestro
10/01/1987 18.43.00

FELICE DE SANCTIS
Quel ragazzo è nato con la bacchetta in mano, disse di lui la prof. De Maria del Conservatorio S. Pietro a Maiella di Napoli. Un commento che Riccardo Muti non udì, perché era intento a dirigere un’orchestra di allievi, che gli avevano affidata quasi per caso, mandandolo allo sbaraglio; ma lui riuscì a strappare i suoi primi applausi dal podio. Era stato il maestro Jacopo Napoli ad avere fiducia in quel pugliese, che non pensava certo di diventare direttore d’orchestra.
In realtà Riccardo Muti ha scoperto in ritardo la sua vocazione, anche se, rileggendo oggi i suoi primi anni di vita e la sua adolescenza a Molfetta, si possono cogliere i segni di quel talento ancora «in nuce», che sarebbe poi emerso prorompente nell’ età adulta, quando l’erede di Toscanini; come è stato definito, doveva conquistare il tempio della musica, la Scala di Milano, con l’edizione trionfale del “Nabucco, che ha inaugurato l’«era Muti».
Riccardo nasce a Napoli il 28 luglio del 1941, per scelta della madre, un’energica donna partenopea, moglie del medico molfettese Domenico Muti, la quale, ogni volta che doveva partorire, si trasferiva nel capoluogo partenopeo, per poi ritornare a Molfetta. Un’abitudine dettata forse dal desiderio del conforto dei familiari o dall’amore per la sua città; fino a dedicargli tutti i suoi cinque figli. Riccardo era il terzo nell’ordine, a lui seguirono due gemelli.
La musica era di casa
«Nella nostra famiglia la musica era di casa - ricorda lo zio Vincenzo Muti -; mio padre cantava spesso arie verdiane, pure quelle meno conosciute come “Attila” e, quando arrivò in casa la radio, che trasmetteva i primi concerti, ascoltavamo, una volta la settimana, in religioso silenzio le note che venivano fuori dal grande “scatolone di legno”». Un nonno melomane e un padre tenore dilettante, che si era esibito anche per il piacere degli amici, potevano costituire forse il preludio della vocazione del piccolo Riccardo.
Ma non è proprio così. Infatti, il padre Domenico, apprezzato medico, non punta alla carriera artistica per i figli, ma solo ad una loro educazione musicale, per completare quella cultura umanistica, tipica meridionale, di cui lo stesso Riccardo è intriso. «Confesso d’amare e di aver amato molto le conversazioni, le amicizie, le discussioni letterarie e di poesia - ricorda il maestro Muti - insomma quella cultura umanistica che è ancora oggi, nel bene e nel male, l’essenza del Meridione d’Italia». Ogni figliolo di casa Muti doveva imparare a suonare uno strumento musicale, e al piccolo Riccardo toccò il violino, un «arnese» che forse non amò eccessivamente, anche per la tenera età in cui gli fu imposto: appena sette anni.
«In realtà Riccardo faticava un tantino nello studio - racconta il maestro Aldo Gigante, che è stato un po’ il “precettore” musicale della famiglia -. Perciò una volta sconsigliai la madre dall’insistere perché suo figlio in tenera età imparasse a suonare uno strumento così difficile. Ma la signora Muti, che teneva all’educazione dei figli, fu categorica: provi ancora un mese».
Il primo violino, regalo del papà
Così a Natale arrivò da Napoli (ancora una volta, come un gioco del destino, si intrecciano elementi pugliesi e partenopei) il primo violino di Riccardo, un regalo del papà, che fu per lui come un’iniezione di fiducia e gli fece scoprire il piacere della musica. «Ma la vera sorpresa fu quando, qualche tempo dopo, mi recai in casa Muti, in via Annunziata, per la solita lezione - continua Gigante -.
Il papà Domenico mi preannunciò una novità. Riccardo si presentò puntuale e mi fece ascoltare un'aria del “Barbiere di Siviglia”, che si era adattato da alcuni spartiti facilitandosene così l’esecuzione. A ripensare oggi a quell’episodio (che allora mi colpì, ma non fino al punto da prevedere il futuro di Riccardo) si possono cogliere le prime manifestazioni artistiche di un talento nascente».
Nel maggio del 1952, il nostro piccolo violinista tenne un concerto nel Seminario regionale (il papà era il medico dei seminaristi e del rettore, l’attuale arcivescovo di Napoli, cardinale Ursi), accompagnato al pianoforte dal suo maestro Gigante. La Gazzetta del Mezzogiorno del 18 maggio 1952 riportò così la notizia: «Numero di eccezione il piccolo violinista decenne Riccardo Muti, figlio del dott. Domenico Muti. Ha eseguito il “Concerto in la min.” di Vivaldi ed una “Bourrèe” di Bach... La manifestazione si è chiusa con il coro del “Nabucco” di Verdi» (ancora un segno del destino?). Un altro quotidiano dell’epoca, Momento sera, descrisse con queste parole l’esibizione: «Le musiche erano eseguite in modo così perfetto da rasentare il prodigio, se si considera la tenera età dell’esecutore». (Nella foto, il maestro Gigante al pianoforte e il piccolo Muti col violino)
I segni del destino
I segni del destino, dunque, non mancano, ma Riccardo non li coglie («Sono arrivato a questa carriera - ha dichiarato Muti all’Espresso - non perché sia stato tirato su con l’idea di farmi diventare un direttore d’orchestra, come succede in certe famiglie di musicisti, o di militari, per cui il padre generale mette subito in mano al figlio i soldatini. Ho avuto una famiglia che incoraggiava il mio studio della musica come fatto culturale, non come prospettiva di lavoro. Cosa potevo fare il maestro di banda a Molfetta? No, dovevo prendere la mia bella licenza liceale, poi si sarebbe visto»).
Perciò continua la vita di sempre, frequentando la scuola elementare «Manzoni», sotto la guida del nonno paterno, l’insegnante Donato, “un signore all’antica, un maestro paterno, ma severo, quando era necessario, anche con suo nipote Riccardo, al quale, come agli altri, non risparmiava bacchettate sulle palme delle mani”, ricorda Giuseppe Mastropasqua suo compagno di classe.
Nell’età scolare Riccardo abbandona il violino per dedicarsi al pianoforte e va a lezione dalla prof. Maria De Judicibus la prima a forgiarlo e a intuire il suo talento. Severo con se stesso, fino al controllo dei desideri naturali di un ragazzo, concede poco all’edonismo epicureo. E’ stakanovista nello studio, quando i suoi occhi si riempiono di luce mentre accarezza o percuote la tastiera del pianoforte, per celebrare la dea musica.
(Nella foto, il maestro Gigante al pianoforte e il piccolo Riccardo suona il violino)


Muti in privato: allegro e con la battuta pronta
Ma Riccardo in privato com’è? Gioca qualche volta con i suoi amici oppure appare taciturno, introverso, dedito solo allo studio, il classico «sgobbone»? «Assolutamente no - dice Mario Minervini, suo compagno alla scuola media “Don Giulio Binetti” in via Cavallotti, dove ora sorge un nuovo edificio -.
Era un tipo estroverso, allegro, dalla battuta pronta, magari in dialetto napoletano, che parlava bene come il molfettese. Certo, sacrificava molto del tempo libero per la musica e quando noi andavamo a giocare al calcio, lui trascorreva le sue ore al pianoforte, per una sua libera scelta, per una passione, non in vista di un avvenire di lavoro. Aveva un’intelligenza e una memoria eccezionali, per cui gli bastava poco per assimilare gli argomenti scolastici e rendere con profitto. Preferiva le materie umanistiche e aveva in antipatia la matematica. Perciò, quando andavo a casa sua a studiare (abitavamo quasi nella stessa strada), nel periodo della scuola media e poi in quello successivo del ginnasio, mentre lui si dedicava al pianoforte, io risolvevo i problemi di matematica per entrambi. Lui mi ripagava facendomi ascoltare qualche brano bellissimo, inculcandomi contemporaneamente una cultura e un amore per la musica, che prima di frequentarlo non possedevo».
E’ un ragazzo semplice, tranquillo e amante della buona cucina tradizionale: ghiotto del calzone, delle melanzane, cotte, però, al forno di pietra, racconta il cugino Donato Muti, avvocato. «Anche da adulto, quando ormai era celebre, non mancava mai, nelle sue visite periodiche, anche se fuggitive a Molfetta, di fermarsi a casa dei miei genitori per gustare un menù costituito, quasi esclusivamente, da piatti della cucina popolare molfettese. Poi, congedandosi, riempiva mia madre di complimenti per i suoi manicaretti».
Riccardo sapeva suonare anche la fisarmonica e in occasione di una festa per il trasloco degli zii molfettesi in una nuova casa (un’antica usanza scomparsa), allietò la serata col suono di questo strumento, mentre gli altri ballavano.


Dalla Magna Grecia con amore
Dalla scuola media al ginnasio e dalle lezioni private della signorina De Judicibus al Conservatorio di Bari, ancora per tappe parallele, la vita di Riccardo Muti a Molfetta continua all’insegna dello studio con pochi divertimenti. A Bari supera brillantemente, a 15 anni, gli esami di ammissione al quinto corso, suscitando l’ammirazione di Nino Rota («questo è un ragazzo di cui si parlerà in tutto il mondo») per l’esecuzione della «Polacca in sol diesis minore», un brano difficilissimo per pianisti esperti, che rivela il talento del giovane Muti, sempre grato a Rota per aver scoperto le sue qualità. Con un meritato dieci e lode si aprono le porte del Conservatorio: le lezioni private non sono più sufficienti.
Ancora altri sacrifici a denti stretti, per inseguire la sua passione musicale. C’è sempre un prezzo da pagare al successo. Pendolare tra Molfetta e Bari, in un’epoca in cui i trasporti non erano né frequenti né agevoli, Riccardo percorre i suoi 50 chilometri quotidiani. Parte alle 14 e torna alle 20, suscitando pure l’ilarità di qualche amico, che preferisce il cinema o altri divertimenti.
Ma Riccardo resta nella corriera che va lungo la statale adriatica, guarda l’alternarsi del mare e degli ulivi, e nella sua mente giocano le note di una sinfonia.


Il tempo libero: lunghe passeggiate e barzellette con gli amici
E il poco tempo libero che gli rimane? «Lo impiega in lunghe passeggiate a discutere con i compagni del ginnasio di filosofia o con gli stessi professori, che raggiunge lungo il corso Umberto e nella villa comunale, dice Franco Giancaspro, ingegnere, suo compagno di banco. «Riccardo era un ragazzo straordinario, un amico con cui non ci si annoiava mai. Lui ci ha insegnato le poesie di Salvatore Di Giacomo, oltre alle... barzellette napoletane, che sapeva raccontare benissimo in quel dialetto partenopeo, che conosceva alla perfezione».
Nell’adolescenza molfettese vi è anche qualche aneddoto e ricordo scolastico soprattutto nel periodo ginnasiale. «Una volta, durante l’intervallo delle lezioni, Riccardo - racconta il suo amico “Giacchino”, come preferisce essere ricordato - stava imitando Totò, tra le risate del compagni. In anticipo sull’orario, entrò l' insegnante di lettere, un rigido professore barese, che credendo di essere 1’oggetto dello scherno degli alunni, apostrofò Muti e il suo amico come “vastase” e “facchini”, spostandoli dal primo all’ultimo banco, voltando loro le spalle, per qualche tempo, anche durante le interrogazioni, “vendicandosi” alla fine dell’anno, abbassando il voto in geografia da 7 a 6».

Al liceo, attento e ordinato
«Ma Riccardo resta un ragazzo attento e disciplinato, secondo il prof. Angelo Tangari, che lo seguì negli studi medi e fu poi il suo insegnante al 1° liceo, l’ultima classe frequentata da Muti a Molfetta, prima di trasferirsi a Napoli con tutta la famiglia. Era di una vivacità eccezionale, ma controllata. Pur gracile fisicamente, aveva degli occhi mobilissimi, pronti a cogliere ogni elemento utile, che assorbiva come una spugna, per la sua grande sete di conoscere. Poi tra un intervallo e l’altro delle lezioni, lo notavo ritmare nell’aria col dito qualche brano musicale, che ripassava mentalmente. Riusciva a conciliare bene il rendimento scolastico con la sua passione per la musica.
Riccardo si è formato così una personalità complessa e solida. Anche la sua pignoleria, della quale penso di essere... responsabile, deriva dalla sua voglia di precisione. Nel 1976 quando ci siamo incontrati al Seminario Regionale di Molfetta (in quell'occasione fu consegnato a Muti il premio Lions d'oro), il mio ex allievo ricordò che talvolta, quando saliva sul podio, rivedeva la mia immagine che gli chiedeva: Riccardo, ti sei preparato?».
Un altro segno del destino del grande maestro d’orchestra appare nel 1955, quando Muti dirige un gruppo di suoi compagni di scuola (IV ginnasio) nell’esecuzione del canto natalizio tradizionale molfettese, “La Santa Allegrezza”, partecipando ad un concorso cittadino. Riccardo, che ha solo 14 anni, riesce ad armonizzare così bene quel gruppo, organizzando sia il coro, che gli strumenti (qualcuno anche improvvisato), da ottenere il primo premio, superando gruppi più esperti e adulti. Un avvenimento che oggi ricordano in tanti a Molfetta, come il primo vero episodio, che rivelò una grande vocazione.
Riccardo, perciò, appare come una pianta piccola, ma forte fin dall’inizio, per quelle solide radici conficcate nella terra di Puglia, in quella Magna Grecia “dalla disputa colta”, che porta sempre dentro di sè (“a Molfetta si viveva come in un mondo greco, si studiava parecchio, si filosofeggiava per giornate intere, il Sud è differente, lì ho passato passato un’infanzia meravigliosa”).

I primi amori adolescenziali
Nell’adolescenza di Riccardo non mancano i primi amori e uno in particolare, con una ragazza liceale, che lui frequenta per qualche tempo, fino a che, come spesso accade con le passioni giovanili, tutto finisce nel nulla. Un ragazzo normale, dunque, di solidi studi e cultura, impegnato a prendere il diploma, il pezzo di carta, come desiderava il papà da buon meridionale (lo voleva avvocato) e che scopre in ritardo la sua vocazione.
Dopo 17 anni la famiglia lascia Molfetta; Muti si diploma nel 1959 al liceo Vittorio Emanuele di Napoli e si iscrive all’Università alla facoltà di Filosofia (un suo vecchio amore, che coltivava spesso in Puglia, in lunghe conversazioni col prof. Giacinto Panunzio, l’amico di Gaetano Salvemini), dove supera una quindicina di esami. Contemporaneamente studia la musica (“E’ nato un nuovo direttore”, dicono di lui).
Il suo destino è già segnato dalle note di una sinfonia, che ormai è lui a dirigere, dopo aver fatto la sua scelta di vita. Dal Conservatorio di Napoli, dove ha seguito le lezioni di pianoforte del famoso maestro Vincenzo Vitale, si trasferisce a Milano, anch’egli emigrante del Sud sul treno della speranza, in una pensioncina che divide con un tenore (“per non essere disturbato quando lui vocalizza sono costretto ad andare su una panchina del giardini pubblici e ricopiare pile infinite di contrappunti”), per studiare composizione con Antonio Bettinelli e direzione con Antonino Votto, che fu assistente di Arturo Toscanini. In cinque anni, e non dieci come gli altri, prende il diploma in entrambe le discipline (“avevo fretta, perché ho cominciato tardi”) e nel 1967 vince il premio internazionale Cantelli (dedicato allo scomparso delfino di Toscanini), per la sola ed unica volta assegnato ad un italiano.

Le tappe vertiginose del successo
Da allora le tappe del suo successo seguono una vertiginosa escalation: la direzione del Maggio musicale fiorentino, della New Philarmonica di Londra e della Filarmonica di Filadelfia e infine la guida della Scala di Milano.
Muti, sposato con Cristina Mazzavillani, che studiava canto a Milano, ha tre figli Francesco di 15 anni, Chiara di 13 e Domenico di 7, abita a Ravenna e appena può, corre a casa a “ritemprar le membra” in quell’atmosfera familiare, spogliandosi dell’abito severo, che lo fa apparire scontroso a chi lo conosce solo in superficie (in realtà, fuori del lavoro, come nell’adolescenza, è simpatico e buon conversatore), per indossare i panni del padre e marito affettuoso.
(Nella foto, il maestro Muti con il maestro Gigante)
Ritrova così in se stesso il pugliese della Magna Grecia con lo spirito indo-mito di libertà della gente di mare e lo studente liceale di Molfetta, che continua a portare dentro e che ama conservare per sé e per gli amici più cari. In fondo al suo cuore come in quello dei molfettesi, c’è forse il grande desiderio di dirigere un concerto nella sua città, magari in Cattedrale, e di riportare al pubblico (come confidò qualche anno fa alla Gazzetta del Mezzogiorno) la musica di un grande autore molfettese, poco conosciuto, Luigi Capotorti (1767-1842), di cui si conservano 13 opere nella biblioteca del conservatorio di Napoli. Una speranza che magari il tempo riuscirà a trasformare in certezza.
La Gazzetta del Mezzogiorno - cultura - 10.1.1987 – 13.1.1987

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