Euro, una debolezza di antica data
Europa, denaro più caro
01/09/2000 12.04.00
Rialzo atteso e ampiamente previsto. Forse troppo. E già, perché quando il rialzo dei tassi è dato per sicuro per tanto tempo, i mercati finanziari anticipano la tendenza della moneta interessata e alla vigilia della decisione della Banca centrale si registra un rialzo. Questo almeno in teoria. In pratica questa volta non c’è stato alcun recupero dell’euro, che, anzi, è andato ancora più giù. Segno questo che non è somministrando un po’di ossigeno che si può favorire un recupero rispetto al superdollaro, che continua a dominare incontrastato. Questa riunione della Bce era attesa con timore da chi era preoccupato che un rialzo di mezzo punto potesse pregiudicare la ripresa in atto in Europa. Ma c’era anche chi sperava in un ritocco più consistente dello 0,25% per dare una sterzata decisiva all’euro e dimostrare ai mercati che la nuova moneta non era un bluff, ma era in grado di competere senza «complessi» col dollaro. La soluzione di prudenza adottata da Duisemberg ci sembra quella più sensata, anche se non è sufficiente. Certo, contribuisce a tenere sotto controllo l’inflazione che ha rialzato la testa in Eurolandia, favorisce l’export rafforzando la ripresa, ma tutto ciò a danno di una domanda interna ancora debole. Inoltre i capitali continuano a preferire il mercato americano, dove le aziende offrono profitti più elevati. E a soffrire è sempre l’euro. L’economista Rudi Dornbusch alla vigilia della riunione della Bce aveva sostenuto che se la Banca centrale europea rinunciasse ad «alzare i tassi in modo aggressivo - 50 punti base - vorrebbe dire che ha gettato la spugna nella lotta per un euro stabile. Cerca re circostanze ancor più speciali che possano giustificare un rinvio è comprensibile ma non giustificabile». Perciò la scelta di Duisemberg dei suoi collaboratori è stata ancora più sofferta, ma inevitabile. Del resto occorre considerare che almeno sul fronte dell’inflazione non dovrebbero esserci problemi: il caro prezzi, infatti, è dovuto solo al caro petrolio e l’aumento dei tassi non può incidere sul prezzo del greggio. Ma la debolezza dell’euro non può essere sottovalutata. Dipende da una ripresa più lenta del Vecchio Continente rispetto agli Stati Uniti che marciano a passo di carica, ma è dovuto soprattutto a una debolezza strutturale. la mancanza di coordinamento tra i Paesi dell’Unione europea. E qui torna il vecchio discorso della mancata unione politica che in questi casi appare in tutta la sua evidenza. E’questa la vera debolezza di un’Europa ancora troppo legata alle sovranità nazionali. Ma così non si vince la sfida del mercato globale e della new economy. Superdollaro resta il re incontrastato dei mercati. E l’euro piange. La Gazzetta del Mezzogiorno - economia e finanza - 1.9.2000
Felice de Sanctis
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