Bari, a noi il sabato lavorativo
06/12/1994 11.44.00
FELICE DE SANCTIS Bari dice sì al sabato lavorativo, sceglie l’occupazione e rilancia la solidarietà fra lavoratori. Non si tratta della risposta al no degli operai della Fiat di Termoli, ma di una scelta precedente: risale addirittura al 15 novembre scorso. Il caso ha anche voluto che la decisione riguardasse un’azienda, la Weber (produce iniettori elettronici per auto a benzina), collegata con il gruppo automobilistico torinese. I sindacati con federali provinciali dei metalmeccanici, Fiom-Cgil, Fim-Cisl e UilmUil, hanno siglato un accordo che prevede il ricorso a un orario di lavoro di sei giorni settimanali «a scorrimento», compreso il sabato, a partire dal primo gennaio ‘95. Questa turnazione coinvolgerà circa 450 lavoratori, e creerà 170 nuovi posti, più altri 20 destinati al personale addetto alla manutenzione. «E’ una vittoria del sindacato, ma soprattutto dei lavoratori — dice Oronzo Stoppa, segretario della Fiom di Bari — che hanno accettato di confrontarsi con l’azienda rinunciando non solo al sabato festivo, ma anche allo straordinario, in cambio della possibilità di dare occupazione a circa 200 giovani. Da sottolineare la disponibilità degli operai alla turnazione, contrariamente a quanto è avvenuto alla Firestone-Bridgestone (dove ci sono già problemi), che impedirà la ghettizzazione di questi giovani, che non si sentiranno così dipendenti di serie B, costretti a lavorare solo sabato e domenica». La decisione degli operai della Weber di Bari è la risposta più concreta a tutti coloro, e tra questi il «Corriere della Sera», che in un articolo di Carlo Maria Guerci, individuava la causa dell’«autolesionismo»di Termoli nella «gravissima arretratezza della cultura industriale maturata nel Mezzogiorno» che «torna a manifestarsi con virulenza proprio perchè molti (ma non solo al Sud) con un posto di lavoro acquisito ritengono di aver raggiunto definitivamente il benessere». Ma la decisione di Bari anteriore di quasi venti giorni a quella di Termoli, dimostra che anche il Sud ha maturato una cultura industriale, ma soprattutto ha sempre avuto una cultura della solidarietà, che resiste in una società votata alla logica del profitto a tutti i costi, mascherato da un liberismo spinto che l’Italia non può permettersi. La «mano invisibile» del mercato, tanto cara all’economista Adam Smith, che assicura che dall’aspirazione al vantaggio individuale possa discendere il benessere collettivo, non può funzionare in un Paese dove esiste ancora un Mezzogiorno, al quale non sono state concesse le stesse opportunità del Nord per svilupparsi, ma che vuole creare realmente quei posti di lavoro spesso promessi a parole, ma difficili da realizzarsi senza quell’autentica solidarietà, fatta soprattutto di sacrifici. La Gazzetta del Mezzogiorno - 1ª pagina - 6.12.1994
Felice de Sanctis
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