I Poli della discordia
15/01/1998 10.02.00
“In un pastrocchio com’è la politica italiana, qualsiasi altro popolo naufragherebbe. Noi no. Nei pastrocchi siamo abituati a viverci. Li perpetuiamo, sotto qualsiasi regime. Da noi le riforme o falliscono o assumono forme inapplicabili, e perciò vengono disattese. Nel neutralizzare le novità siamo di una bravura inimitabile”. Riflettevamo qualche giorno fa su questa frase di Indro Montanelli, maestro di giornalismo al di là degli schieramenti, e ci chiedevamo se potesse adattarsi anche alla situazione di Molfetta. Da noi non mancano pasticci nelle alleanze, c’è ancora una forte resistenza ad accettare le novità, soprattutto in politica e la confusione aumenta. A pochi mesi dalle elezioni amministrative il quadro politico non è ancora definito, anzi i gruppi si compongono e scompongono come in un caleidoscopio. E chi credeva di fare chiarezza con le autocandidature, oggi si ritrova vittima di quella scelta, mentre la città paga oltre un anno anticipato di campagna elettorale. Il risultato? Quando la vera campagna elettorale sta per cominciare, occorre ripartire da zero e il rifiuto di tutti i gruppi dell’imposizione delle autocandidature di Finocchiaro e Di Gioia rappresenta la risposta più concreta alle fughe in avanti che nessuno accetta. Oggi l’unica candidatura certa appare quella di Guglielmo Minervini, non ancora accettata dall’interessato, ma proposta da alcune forze politiche della sinistra e dell’area cattolica. Del resto, come sostiene Giulio de Luca dell’Udc nell’intervista pubblicata in altra pagina di Quindici, quella del sindaco uscente, a rigor di logica, dovrebbe essere l’unica candidatura sicura, come è avvenuto in quasi tutte le altre città italiane. Non foss’altro che per consentire agli elettori di giudicare il suo operato, come chiedeva anche qualche esponente dell’opposizione. Allora, a che è servito tutto quel baccano che s’è fatto finora su Guglielmo sì, Guglielmo no, sul Minervini alternativo (Tommaso) che smentisce la sua candidatura, ma poi viene dato sempre in corsa per qualche gruppo o aggregazione politica? Occorrerebbe dar ragione a Montanelli o ringraziarlo per la sua affermazione, che offre almeno uno spunto di riflessione sui difetti degli italiani. Che i due Poli siano ancora divisi fra loro non è una novità e la cosa potrebbe, al limite, apparire comprensibile quando ci si trova di fronte a una situazione particolare come quella di Molfetta, dove nel ’94 “Ulivo” e “Polo della libertà” non erano ancora nati e solo il “Percorso” aveva, in pratica anticipato il movimento dell’Ulivo. Oggi, invece, di fronte al bipolarismo quasi concluso, le scelte di campo diventano inevitabili, ma a frenarle sono rancori personali, sconfitte elettorali di avversari che oggi, a livello nazionale, sono divenuti alleati e una forte resistenza alle novità, che include anche desideri di rivincita da parte di alcuni personaggi e tentativi di tornare ai vecchi sistemi del passato da parte di altri. In questo la nostra città è in ritardo. Pur essendo stata in anticipo nell’intuire l’Ulivo, oggi è in ritardo nel costruirlo. Il Polo, dal canto suo, in questi anni non ha fatto nulla per consolidare un’alleanza sul modello nazionale. Poi la “crisi” avvenuta a Roma con un Berlusconi diventato alleato scomodo e un Fini che preme per prenderne il posto e accreditarsi come il garante di una destra moderna, ha complicato le cose, fino al punto che, alla vigilia delle elezioni amministrative, non è escluso che Forza Italia possa essere ormai svanito nel nulla. Che farà, infatti, il sen. Azzollini? Si sposterà di nuovo verso sinistra per recuperare alcune forze politiche nel tentativo di costituire una leadership che ormai gli viene ampiamente contestata proprio dal Polo? E Finocchiaro si sposterà a destra divenendo il candidato di quel Polo che non c’è più (se mai c’è stato)? Certo, una grossa mano al sindaco uscente l’ha data proprio l’opposizione che, nella sua inconsistenza, ha finito per favorire una maggioranza sempre traballante e mai ben definita. Sono questi i guasti di un sistema elettorale che ha favorito le aggregazioni attraverso il premio di maggioranza, ma ha reso vulnerabili le maggioranze per le pretese di gruppi e gruppetti, ormai ben più numerosi dei partiti tradizionali. Basti considerare quello che avviene a Molfetta, dove ogni giorno spunta una nuova forza politica: abbiamo perso il conto, né abbiamo memoria delle varie sigle in campo. La scadenza elettorale ora si avvicina sempre più e occorre concretizzare non tanto le candidature (errore iniziale) quanto i programmi alternativi. Se ci sono. Finora non ne abbiamo sentito uno che non fosse la riproposizione di ciò che è già in atto e di ciò che si è detto in passato. E la gente si chiede: quali sono le proposte dell’opposizione, al di là dell’ostilità nei confronti delle persone. Ma si sa, a Molfetta siamo abituali a personalizzare tutto, in tutti i campi. Questo avviene soprattutto quando non si hanno idee e anziché si parla, parla, parla. Oggi il Polo dovrebbe cercare di correre ai ripari e riuscire a definire una propria identità, mentre l’Ulivo ha urgenza di riaggregare le forze politiche che hanno vinto nel ‘94, compresa la fascia della società civile, e concretizzare alleanze con gli avversari di ieri (Ppi, Rinnovamento e qualche altro) oggi compartecipi dello stesso progetto politico. Le elezioni dei sindaci nelle grandi città italiane dovrebbero costituire un esempio significativo: uniti si vince addirittura al primo turno. Questo nuovo anno è cominciato all’insegna dell’incertezza. Guardandoci attorno abbiamo notato come nulla sia cambiato in meglio. Anzi, è peggiorato il clima sociale e politico, sono stati esasperati gli individualismi e soprattutto la voglia di vincere di quell’aurea mediocritas che tende ad appiattire tutto, per evitare che la qualità emerga. A tutto danno dell’intera comunità. Imparare a riconoscere i propri limiti e ad accettare le capacità e le competenze degli altri non va considerata come una diminutio, ma come capacità di costruire (non ci stancheremo di ripeterlo), ognuno nella propria sfera e nel proprio settore, un futuro migliore per i nostri figli. Quindici comincia il suo quarto anno di vita: avevamo scelto il ventilatore come nostro simbolo per “smuovere l’aria”, forse ci siamo riusciti. Almeno a giudicare dalle reazioni rabbiose e preconcette nei nostri confronti, che continuano tuttora, il ventilatore è ancora il simbolo al quale restiamo fedeli. Occorre ancora smuovere aria. Tanta. QUINDICI - 15.1.1998
Felice de Sanctis
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