Giochi sulla nostra pelle
15/11/1998 10.25.00
Sono ripresi i giochi sull’ospedale. Una valanga di notizie: tagli sì, tagli no, tagli forse. Alla fine la gente non capisce più nulla. E’ anche difficile per noi, operatori dell’informazione (per mancanza di notizie certe), riuscire a comprendere quale sarà il destino del nostro ospedale, perché ancora una volta ci sono di mezzo i politici. Formidabile strumento di gestione politico-clientelare, la sanità nella prima repubblica è stata sempre feudo di qualche notabile, che ne ha condizionato l’esistenza, sacrificando l’efficienza al controllo di pacchetti di voti. La sanità è stata da sempre strumento di potere: quanti medici, infermieri, aiuti, primari sono stati “sistemati” per via politica in Italia? E che dire dello sperpero di denaro pubblico sulle spese ospedaliere, che hanno fatto crescere a dismisura il debito statale? Poi le cose sono cambiate, ma in modo gattopardesco: cambiare tutto per non modificare nulla. Così si è inventata la formula dell’azienda e le Usl (Unità sanitarie locali) sono diventate Asl (Aziende sanitarie locali), dove il termine azienda stava per efficienza gestionale affidando la sanità a cosiddetti manager (quanti di loro lo sono veramente?) col compito di economizzare sulle spese, in cambio di un premio in denaro, che si aggiungeva al loro già lauto stipendio. E chi li ha nominati i manager? Naturalmente i politici, pescando nel proprio entourage e tra i fedelissimi. E così si sono rivisti vecchi volti, si sono ascoltati nomi conosciuti e si è capito che non era cambiato nulla. Il gattopardo, ancora una volta, aveva vinto. L’ospedale di Molfetta è stato sacrificato anch’esso alla logica della cosiddetta economicità di gestione accorpandolo a quelli di Bisceglie e Barletta nella stessa azienda sanitaria locale, la Asl Ba/2, nel ridisegnato sistema sanitario regionale. E sono subito cominciati i guai: aspirazioni campanilistiche dei deputati locali, primo fra tutti l’on. Amoruso (An) di Bisceglie, previsioni di tagli dove la presenza politica era più debole, potenziamento nella propria città. Insomma, un film già visto. Quando poi si sono affacciate all’orizzonte possibili nomine da primario, sono scattate aspirazioni e giochi politici. La guerra si è consumata, anzi si sta consumando tutta all’interno del centro-destra (An in particolare) che controlla la sanità regionale, dopo essere subentrata ad altri vecchi notabili democristiani della prima repubblica. Si è giocato sull’effetto annuncio: “arrivano i tagli ai reparti”, “no alle soppressioni di ginecologia e pediatria”, “ci batteremo perché a Molfetta non venga eliminato neppure un posto letto (o un reparto?)”. E giù valanghe di manifesti da quelli di “Forza Italia” che attacca l’assessore regionale Saccomanno (An), a quello del “Movimento pugliese”, che dice “no” ai tagli, ma cerca di non criticare troppo il gruppo dirigente regionale, come quella signorina che sosteneva: “sono incinta, ma appena appena”. Disperata ricerca di visibilità di qualche personaggio, guerre in famiglia, manovre dietro le quinte del solito burattinaio, medici schierati per salvare la poltrona e tante altre miserabili manovre per il controllo della sanità, contro ogni logica di razionalizzazione del servizio e soprattutto ignorando le esigenze del territorio: sarà questo lo scenario al quale dovremo assistere? E in tutto questo bailamme, il cittadino si sforza di capire qualcosa. Che fa il direttore generale della Asl Ba/2, Savino Cannone, ritornato in sella a colpi di sentenza del Tar dopo una frettolosa defenestrazione? Tace o farfuglia qualche incomprensibile comunicato? Oppure convoca giornalisti amici, come hanno fatto altri suoi predecessori, per evitare domande imbarazzanti? Come intende regolarsi il famoso manager? I cittadini hanno il diritto di conoscere progetti, programmi e soprattutto la verità sull’ospedale. Ne va di mezzo la propria pelle e nessuno intende appaltare la salute a personaggi e gruppi vari, né sottostare a giochi politici poco chiari. I molfettesi vogliono risposte certe (la democrazia è anche questo): perché si annuncia il concorso per primario ginecologo quando il reparto rischia di essere soppresso? C’è qualcuno da sistemare? A che serve mantenere a Molfetta reparti improduttivi o con uno scarso numero di pazienti (la stessa ginecologia e pediatria) quando a pochi chilometri di distanza esistono strutture più moderne ed efficienti? Perché non si punta invece alla terapia d’urgenza o a reparti specialistici che non sono presenti nel circondario? Occorre agire con razionalità, non sotto le solite vecchie spinte campanilistiche che non hanno più senso e sono soltanto dannose. Invece, alla vigilia dell’Europa, continuiamo a litigare fra “borgate” per avere gli stessi reparti. Essere azienda e chiamarsi manager vuol dire avere capacità gestionali moderne, saper guardare al futuro e alle necessità del territorio, con economie di spesa e scelta di investimenti mirati, tagliando i rami secchi. Il resto sono solo chiacchiere o materia per sterili comunicati. Che non servono a nessuno. Se non si è in grado di gestire la situazione, meglio scegliere la strada delle dimissioni. E’ più dignitoso. QUINDICI - 15.11.1998
Felice de Sanctis
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