Clic su Lucania ’61 affresco del mondo negato
Volume fotografico di Augusto Viggiano sul quadro di Levi. La grande opera dedicata a Scotellaro, intensa metafora
05/06/2006 11.04.00
«Quell’altro mondo, serrato nel dolore e negli usi, negato alla Storia e allo Stato, eternamente paziente; a quella mia terra senza conforto e dolcezza, dove il contadino vive, nella miseria e nella lontananza, la sua immobile civiltà, su un suolo arido, nella presenza della morte». È la Basilicata di Carlo Levi sintetizzata in poche righe e «trasfigurata» mirabilmente in «Lucania ’61», celebre opera realizzata nel primo centenario dell'Unità d'Italia (oggi collocata a Matera all'interno di Palazzo Lanfranchi)dedicata a Rocco Scotellaro, primo simbolo poetico della civiltà contadina, scoperto proprio dal pittore-scultore piemontese. «(...) È calda così la malva/ che ci teniamo ad essicare/ per i dolori dell’inverno, prima; solo le lire che abbiamo spaccate!/ Stanotte turberemo il loro sonno, poi». In questo connubio poetico si inseriscono le «immagini dipinte» di Augusto Viggiano che con il suo obiettivo fotografico ci racconta l’opera di Levi e la poesia di Scotellaro «fotogrammi che frammentano minuziosamente le scene, ne cercano i particolari, ne spiano i significati reconditi, esplicitano la forza delle sensazioni e la potenza delle emozioni, per ricondurle infine, all’integra, mai violata unitarietà dell’opera leviana», scrive Agata Altavilla, soprintendente per il patrimonio storico, artistico e demoenoantropologico della Basilicata nella presentazione del libro... Viggiano isola per animarli i personaggi di «Lucania ’61», mette in primo piano i volti dolci, ma sofferenti di quei contadini del Sud e delle loro donne, madri tristi, ma fieri che custodiscono affettuosamente le loro creature mai sorridenti, presagio di un destino di consapevoli sconfitte, ma che non rinunciano alla propria dignità. La storia del Sud è tutta in quei volti di bambini costretti ad un’infanzia senza gioie. Così Viggiano ci guida all’interno dell’opera leviana facendoci scoprire i risvolti nascosti, isolandoli dal contesto, come la poesia di quei fratelli abbracciati nello stesso grande letto della famiglia contadina, dove in una stanza c’è posto per tutti anche per il neonato adagiato in una cassetta, culla improvvisata, appesa con le corde ad una trave del soffitto. Tutti con la stessa espressione malinconica e interrogante, e la sequenza fotografica ci accompagna nel percorso inverso di Levi, dalla morte alla vita, dal pianto struggente della madre di Scotellaro per il figlio perduto prematuramente, all’espressione gioiosa del volto di Rocco che parla ai suoi contadini lucani nella piazza del paese. Nel mezzo è racchiuso tutto il mondo lucano, le donne, i bambini, gli uomini, gli animali, le case, in un’epopea in cui l’esaltazione del particolare fotografico si fa arte. Così i personaggi prendono vitalità e si animano nel fantasioso paesaggio meridionale, e un paese intero si racconta «con il suo contenuto di umanità, di dolore antico, di lavoro paziente, di coraggio di esistere (...) queste persone si affacciano all’esistenza e il loro percorso, come quello del quadro, è, in breve spazio, lunghissimo come un trascorrere di secoli», scrive Mario De Micheli nell’introduzione al libro di Viggiano. Viggiano ama la propria terra, perciò la sa raccontare, come quel mondo contadino che scompare e del quale le sue fotografie vogliono lasciare una traccia, una testimonianza di cultura autentica che si fa storia di uomini, del loro duro lavoro, della loro vita. Le foto del quadro li Levi sono la poesia che diventa cronaca di un mondo contadino rassegnato al suo destino e delle loro donne che nascondono la tristezza nei drappi scuri del loro velo. E l’epicità di quei bambini dagli occhi sereni, ma tristi, abituati alla solitudine dei pastori e alla povertà dei contadini: è qui l’anima del Sud, quei contadini che calpestano la terra bruciata che nei loro volti diventa solco di maturità di vita vissuta con coraggiosa rassegnazione. La Gazzetta del Mezzogiorno - Cultura – 5.6.2006
Felice de Sanctis
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