Troppo lavoro Sol Levante e vita calante. Anni ’90 addio allo yuppie
I giapponesi si riscoprono vittime dello stakanovismo
04/11/1991 23.05.00
FELICE DE SANCTIS La voglia di privato degli yuppies americani, che ora chiedono perfino meno denaro e più tempo libero, riuscirà a contagiare anche i giapponesi, cultori del lavoro per antonomasia? Forse. In Giappone le cose stanno cambiando. Crolla un altro mito: quello del samurai invincibile, ieri sui campi di battaglia, oggi su quelli del mercato. Anche gli stakanovisti giapponesi ora scoprono che di troppo lavoro si muore ed inventano un termine per definire questa nuova sindrome da superlavoro: «karoshi». Uccide alla scrivania, come in fabbrica. E vengono così smentite anche le statistiche che mettevano il Giappone ai primi posti come qualità della vita. I figli del Sol Levante hanno provato a fare i conti e si sono accorti che i «caduti sul lavoro» solo nel ‘90 sono stati almeno diecimila, anche se le cifre ufficiali parlano appena di 33 vittime da superlavoro. Ma nel Palazzo è vietato parlare del fenomeno: si teme che possa incrinare il mito della potenza economica giapponese, conquistato dal dopoguerra ad oggi. Ecco perché non viene riconosciuta come malattia sociale. Ma tra la gente «karoshi» sta diventando sinonimo di morte e di paura. E scoprono che «il lavoro stanca», come diceva Cesare Pavese. A confermarlo è l’ultimo sondaggio realizzato, fra i propri iscritti, dai sindacati di Kyoto: più della metà pensa di essere a rischio. A temere di lasciarci la pelle per superlavoro è il 53,4% di chi lavora 60 ore la settimana e il 67,5% di chi supera le 70. A considerarsi «lavoropositivi» più degli altri sono i colletti bianchi, gli impiegati, i manager di medio livello, i tecnici dei computer e gli addetti alle comunicazioni e ai trasporti. In pratica, tutti coloro che svolgono mansioni legate ai nuovi sistemi produttivi. Per capire come i ritmi di lavoro siano sproporzionati e possano avere conseguenze sulla salute, basta un esempio: il monte lavoro medio annuale alla casa automobilistica Toyota è di 2.300 ore all’anno, 650 in più cioè dei lavoratori del settore auto in Italia e in Francia. Tra i fattori scatenanti questo Aids da lavoro vengono elencati l’eccesso di straordinari (necessari a integrare stipendi che non bastano per pagare la casa, i cui affitti hanno raggiunto livelli siderali) e le troppe ore di treno o metropolitana da casa all’ufficio. Ma «l’assassino» più insidioso è la paura di essere considerati scansafatiche, che per i giapponesi «workalcoholic», ubriachi di lavoro, è il massimo del disonore. Ecco perchè si muore: per... riposarsi per sempre, piuttosto che venir meno all’«etica del sacrificio». E che dire, poi, del lavoro dei «colletti bianchi», impiegati «imprigionati» negli uffici, con l’obbligo di lavorare senza interruzione anche 15 ore al giorno? «Dovete lavorare fino a pisciare sangue», è questo l’ordine tassativo per i dipendenti della Fuji Bank, secondo le rivelazioni di un suo impiegato, Akio Koiso, che ha scritto un libro sui metodi di lavoro nella sua azienda. Tutto per battere la concorrenza. Produrre di più o morire, c’è solo quest’alternativa. Altro che gulag russo! Chi non accetta subisce intimidazioni, umiliazioni, ingiustizie, trasferimenti punitivi in località lontane dalla famiglia. C’è anche la disperazione di chi non raggiunge l’obiettivo quotidiano e alle 10 di sera viene rispedito indietro a caccia di clienti. Questi metodi sembra siano la regola in Giappone, dove resistono sistemi feudali o da padroni delle ferriere. E’ un prezzo troppo alto da pagare per mantenere il mito dell’efficienza, continuando ad essere una potenza economica, un Paese che non conosce né inflazione, né disoccupazione, ma che possiede anche una classe politica più corrotta della nostra. Ci avevano presentato questi piccoli uomini come mostri dell’iperattivismo, come robot instancabili ma soprattutto felici, capaci di battere ogni record di resistenza alla fatica e di insidiare i mercati europei e americani. Temevamo il «pericolo giallo» e cercavamo di arginare la possibile invasione nipponica dei mercati. Ci erano persino antipatici questi giapponesi, forse eravamo anche un po’ invidiosi della loro capacità di fare cose che non ritenevamo alla nostra portata. Studiavamo il loro sistema di lavoro, per rubarne i segreti nascosti. Ora scopriamo che sono uomini come noi, non alieni sbarcati da un altro pianeta, né superuomini dotati di energie supplementari. Temono la morte e muoiono di lavoro. La paura della morte ce li restituisce in tutta la loro umanità e forse ce li rende meno lontani e più simpatici. «Omnes una manet nox», diceva Orazio, tutti ci aspetta una sola notte. Anche i samurai. (2. Fine. Il precedente articolo è stato pubblicato giovedì 31 ottobre) La Gazzetta del Mezzogiorno - cultura - 4.11.1991
Felice de Sanctis
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