Fine di un’epoca
15/05/2001 20.01.00
Molfetta ha scelto di svoltare a destra. La vittoria della Casa delle libertà e del centrodestra è stata schiacciante, una vittoria legittima, che sposta a destra l’asse del Paese. Molfetta, come in passato, ha votato in linea con le tendenze nazionali. Lo aveva notato anche l’autorevole quotidiano inglese Financial Times che aveva scelto la nostra città come test nazionale. Al collega James Blitz che ci aveva intervistato sulla situazione locale, ma anche sulle previsioni regionali e nazionali, avevamo pronosticato una vittoria del Polo per effetto dell’onda lunga berlusconiana. In Puglia, inoltre, gli allarmi della stampa internazionale sulla possibile vittoria del Cavaliere di Arcore non erano stati graditi, anche perché - dicevamo al “Financial” - resisteva quella componente di “meridionalità”, retaggio della cultura contadina, che ci rendeva allergici a consigli esterni. Non potevamo, però, prevedere una vittoria così eclatante, soprattutto a Molfetta. La città ha bocciato tutta la politica di Guglielmo Minervini, chiudendo un’epoca cominciata nel ’94 con la cancellazione della classe dirigente democristiana e socialista e l’avvento di una nuova stagione in cui la società civile diveniva protagonista. Poi nel ’98 la città riconfermò Guglielmo, ma pochi mesi dopo si avvertirono le prime avvisaglie di quello che sarebbe accaduto dopo: lo sbriciolamento della maggioranza, col passaggio al fronte opposto di molti consiglieri comunali. All’epoca ritenemmo (e lo scrivemmo) che il sindaco avrebbe dovuto andare alla città a raccontare, nella massima trasparenza, quello che stava avvenendo nel Palazzo, denunciando le richieste assurde di alcuni consiglieri della maggioranza, che, tra veti e ricatti, stavano rendendo impossibile il cammino dell’amministrazione comunale. Dopo di che il sindaco avrebbe dovuto rimettere il mandato alla città e si sarebbe tornati a votare, con un esito sicuramente diverso da quello attuale. E, forse, allora la città avrebbe spazzato via i voltagabbana e tutti gli specialisti nel salto della quaglia. Oggi non è stato così. La gente non ha più penalizzato questi personaggi, anzi li ha premiati. Cosa è successo? E’ cambiata la città o sono cambiati loro? Non crediamo a questa seconda ipotesi. E’ la città ad essere cambiata, o meglio quella parte di città che si è riconosciuta nel centro-destra e che si è fatta trascinare da false promesse, rinunciando al rigore e ai sacrifici di questi anni, che pure hanno prodotto risultati positivi. Ma nella campagna elettorale, cominciata con un anno di anticipo, si è puntato a demonizzare l’avversario e a scatenare una vera e propria caccia all’uomo Minervini, colpevole di tutti i misfatti di questi 6 anni. Non sono mancate calunnie, falsità, veleni e la città ne è uscita più divisa: altro che sindaco che unisce! Alla fine questa logica ha premiato e oggi si chiude un ciclo. La città vuole cambiare, non sa se in meglio o in peggio, ma vuole lasciarsi alle spalle quella stagione. La sinistra dal canto suo non ha fatto nulla per evitare questa degenerazione politica, non si è accorta che molte accuse stavano entrando nella testa della gente, anche attraverso una martellante pubblicità, costata decine di milioni, dei quali, riteniamo i cittadini (anche i suoi elettori) abbiano il diritto di conoscere la provenienza. Ma la sinistra non si è accorta che stava perdendo il contatto con la base, con quella società civile che non si sentiva più protagonista della vita cittadina, ma aveva l’impressione di essere stata lasciata ai margini delle scelte politiche. L’ultimo errore è stato quello di partire in ritardo con la candidatura a sindaco di Nino Sallustio, dopo un lungo periodo di indecisioni e divisioni, mentre l’avversario Tommaso Minervini (nella foto) andava avanti sulla sua strada, con slogan senza senso (“il governo a rete”), ma che hanno avuto lo stesso effetto delle promesse berlusconiane e alla fine hanno premiato. La gente non ha capito che colui che si presentava come il sindaco dell’unione, era stato proprio quello che aveva diviso, per ambizioni personali, la vecchia maggioranza. Così il candidato della destra (anche se ha sempre cercato di mascherare questa sua scelta di campo, con una lista civica che ha ottenuto appena il 2,93%) si è rifatto il look, moderando i toni (una immagine insolita per chi aveva conosciuto la sua arroganza anche nei confronti della stampa che osava criticarlo) e sfoderando improbabili sorrisi. E affidando i veleni a tecniche sublimali di comunicazione elettorale. La città che viene fuori dalle urne, però, è più divisa di prima. Il nuovo sindaco parla di pacificazione, ma sarà difficile riuscire a ricucire dopo che si è lacerato. E poi ci sarà da gestire personaggi che hanno cambiato casacca solo per ottenere ciò che, con un eufemismo, potremmo definire un posto al sole. Ma Tommaso non ha problemi, ha già risolto tutto con l’aumento del numero degli assessori, che passeranno dagli attuali 6 ai 10 preannunciati dopo la modifica dello Statuto e così con le presidenze della Multiservizi e dell’Asm e gli incarichi all’Asi, nessuno resta fuori e tutti sono contenti sono contenti. Ma chi pagherà i 4 assessori in più? I cittadini, naturalmente, che dovranno farsi carico della pacificazione degli interessi e delle ambizioni. Altro che lotta agli sprechi, ventilata in campagna elettorale! Questo è il quadro politico. La sinistra non è riuscita a tradurre in voti il cambiamento e l’orologio della storia torna indietro. Tocca ricominciare: non ci sono più le ambiguità del passato e di certi personaggi accolti a braccia aperte dalla destra e Tommaso ha fatto una scelta di campo irreversibile; non ci sono più persone scomode o non gradite o tollerate. La sinistra può solo ripartire: è dura, ma dovrà farlo. “I movimenti nascono dalle commozioni”, dice Franco Cassano, ma le commozioni, i sogni bisogna ricrearli, ora sono tutti infranti. E occorre rimettere insieme quella società, che oggi è minoranza, ma che crede ancora nella moralità della vita pubblica, nel rigore e che non adora il dio denaro, ma crede nella solidarietà e nell’impegno civile gratuito. In questa società ci riconosciamo, non ci piace questa destra, né il modello di liberismo anarcoide che propone. Non ci piace questa maggioranza, ma racconteremo fatti ed episodi di questa “nuova epoca”, facendo il nostro lavoro di cronisti ed esprimeremo liberamente anche le nostre opinioni. Non faremo sconti. Non siamo abituati, come altri, a correre in soccorso del vincitore, né ci siamo mai considerati governativi, abbiamo sempre fatto delle scelte in libertà, giuste o sbagliate, ma sempre con la nostra testa e sempre senza tornaconto alcuno, anzi pagando di persona. Lo facciamo ancora oggi, perché riteniamo di rappresentare una grande fetta di società civile, che forse oggi è minoranza, ma che ha il diritto di esprimere critiche e valutazioni su chi governa e di offrire ai propri figli un futuro diverso e, se possibile, migliore. QUINDICI - 15.5.2001
Felice de Sanctis
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