Un errore astenersi
15/04/2001 10.06.00
Vogliamo cominciare questo editoriale con un appello che abbiamo lanciato fin dalla copertina di questo numero: andate a votare, astenersi sarebbe un errore. La nostra città ha registrato nelle più recenti consultazioni elettorali una percentuale di astensioni elevatissima. Si tratta di numeri che preoccupano e confermano la disaffezione della gente per la politica. Certo, è ben difficile riuscire a convincere gli elettori a votare per un nuovo consiglio comunale dopo lo spettacolo indecoroso offerto dal precedente, culminato con lo scioglimento anticipato, avvenuto per richieste personali insoddisfatte di qualcuno, ambizioni irrefrenabili di qualche altro, fino all’ignoranza e al pressapochismo di altri ancora. Non si può gettare alle ortiche una città e dimostrare di avere in poco conto le istituzioni e perfino i propri elettori che hanno affidato un mandato preciso, attribuendo una collocazione politica determinata ai propri eletti. Non si può considerare il voto una cosa personale e decidere di passare da uno schieramento all’altro a proprio piacimento o per soddisfare qualche interesse di bottega. La democrazia non è questo, ma soprattutto non è questo il senso del dovere che ogni eletto dovrebbe possedere, anche per rispetto di chi ha avuto fiducia in lui. Ecco perché la gente è sfiduciata e manifesta questo atteggiamento col disinteresse verso il voto. Un amico qualche giorno fa nel manifestare la sua decisione di astenersi, programmando per domenica 13 maggio perfino una gita fuori porta, ci diceva: "Non voglio essere complice dell’elezione di un consiglio di basso profilo come il precedente. Non voto per potenziali voltagabbana, pronti a usare il mio voto a loro piacimento". Ma è proprio l’astensionismo che favorisce l’elezione di tali personaggi. Ecco perché occorre responsabilmente esercitare un diritto, quello del voto, conquistato a prezzo di sacrifici anche di vite umane, per mandare a Palazzo di città un personale politico di qualità, competente, onesto, che non abbia interessi personali e non sia soprattutto voltagabbana. Occorre scegliere e scegliere bene. E tutti i candidati invece di fare generiche promesse dovrebbero dichiarare agli elettori di impegnarsi fin d’ora a non cambiare casacca e schieramenti o in caso contrario a dimettersi. Questa è la sfida che Quindici lancia ai candidati e invita gli elettori a non fidarsi di chi non lo promette. Questo numero di Quindici coincide con l’ottavo anniversario della morte di don Tonino. Come ogni anno abbiamo voluto ricordare il nostro indimenticato vescovo legando la circostanza all’attualità e riproponendo alcuni brani delle lettere che lui aveva indirizzato ai politici in occasione degli auguri natalizi. Crediamo che ogni candidato debba riflettere su quelle parole e sugli ammonimenti del vescovo per servire la politica e non servirsi di essa. Molfetta in questi ultimi anni è cresciuta e soprattutto sono state poste le basi per un valido sviluppo economico: chi lo nega è in malafede. Certamente ci sono stati degli errori, ma al di là degli uomini e delle forze politiche che rappresenteranno la città, ci interessa che questo lavoro non venga vanificato, che si operi nel segno della continuità, per non dover ricominciare tutto da capo, solo per dimostrare che tutto era sbagliato. Ci faremmo solo del male. La nostra città è nota per il suo forte individualismo che non ha prodotto risultati positivi, ma ha inciso negativamente sui rapporti fra gruppi, persone, partiti, perfino tra imprenditori. E’ un individualismo disgregante, non coagula le energie positive delle varie individualità che messe insieme potrebbero moltiplicare le risorse umane ed economiche per lo sviluppo della città. Prevale l’egoismo, l’invidia, la frustrazione di coloro che, in tutti i settori, non sono capaci di ammettere i propri limiti, ma ricercano un protagonismo esasperato che si traduce in una guerra tra nani che non potrà mai produrre un gigante. E’ inaccettabile che chi ha diviso ieri, si proponga oggi come simbolo di unione. Non si può continuare a demonizzare o insultare gli avversari in politica, sui giornali, solo perché non si hanno argomenti. Purtroppo in questa città ognuno si esprime col proprio linguaggio. Occorre saper scegliere. Domani non potremo dire: "non sapevo". Non bisogna lasciarsi guidare dalle simpatie, dalle amicizie, né dalle parentele, né tantomeno da facili promesse che si riveleranno "di Pulcinella" il giorno dopo le elezioni. E soprattutto non dobbiamo dimenticare. Occorre avere memoria di elefante per bocciare chi non ha meritato in passato la nostra fiducia e soprattutto chi l’ha tradita, quando ha utilizzato i voti e il mandato ricevuto solo per fini personali che nulla hanno a che fare con la politica, che è ricerca del bene comune. Questa volta si vota anche per il rinnovo del Parlamento: qui la scelta è fra due modelli di società: quello solidale e quello liberista. E anche qui occorre partecipare, votare, per scegliere gli uomini migliori. Non è una cosa sporca la politica, è forse una delle espressioni più alte dell’uomo. Il senso della politica è la libertà. Lo sappiamo dai tempi di Platone e di Aristotele, che considerava l’uomo animale politico per natura. Riconduciamola alla sua vera natura, solo così la società civile potrà e dovrà "partecipare" a scelte che riguardano il futuro di tutti, non di pochi personaggi spregiudicati e delle loro ambizioni personali. Non dobbiamo accettare che, come diceva il poeta francese Paul Valéry, la politica sia “l’arte di impedire alla gente di impicciarsi di ciò che la riguarda”. QUINDICI - 15.4.2001
Felice de Sanctis
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