L’«etica» della violenza
15/12/2003 7.57.00
Un anno si chiude con un bilancio sicuramente negativo. Per tutti. Si sono ridotti gli spazi di libertà, la vita è diventata più difficile sia dal punto di vista economico sia da quello sociale, non ci sono stati i miracoli promessi e l’Italia e la nostra città galleggiano nella gestione quotidiana dell’ordinaria disamministrazione. Ma è soprattutto un fattore che trionfa in modo sempre più preponderante nella nostra società: la violenza. Si sta affermando come metodo di lotta politica (e c’è anche, purtroppo, una violenza delle istituzioni), di prevaricazione sociale (dagli stadi al traffico, dal lavoro al tempo libero, e così via), perfino di costume. Si celebra quasi un’assurda “etica” della violenza! Prendete, ad esempio, il terrorismo. E la guerra? Quella guerra chiamata ipocritamente “preventiva” o peggio “intervento di pace” per giustificare un fastidioso disturbo delle coscienze. L’homo homini lupus di Hobbes sembra trionfare quattro secoli dopo in una società dove l’individualismo sfrenato diventa una regola, costringendo gli altri a difendersi e ad esercitare altra violenza per sopravvivere. “Vim vi repellere licet” - affermavano già gli antichi romani: è lecito respingere la violenza con eguale violenza. A parte il fatto che da quella cultura ci separano poco meno di due millenni in cui si è affermata una civiltà giuridica e sociale diversa (o almeno così dovrebbe essere), ma anche volendo accettare questo principio di “legittima difesa”, c’è un particolare da considerare: la difesa violenta per essere legittima, deve essere per intensità pari alla violenza dell'offesa e per destinazione rivolta a neutralizzarla. E ciò vale sia per il caso che l'aggressione consista in una violenza fisica, sia per il caso di una violenza verbale. Ma così non è. Perché in nome di questo principio si fa passare tutto: dalla legge Cirami alla Gasparri. E si riducono sempre di più gli spazi di libertà e di dissenso. Anche questa è violenza. E c’è violenza in edilizia, dove non si vogliono accettare le regole e si preferiscono i condoni, e a Molfetta si vuole – attraverso varianti più o meno legittime – perfino stravolgere quel piano regolatore faticosamente conquistato e in nome del quale l’attuale sindaco Tommaso Minervini ha creato una crisi amministrativa, che sempre più appare una crisi di potere, dove un novello Bruto uccide Cesare accusato di essere dittatore per prendere il suo posto e governare alla stessa maniera, riducendo gli spazi di democrazia. E così il consiglio comunale è svuotato sempre più, si arriva perfino a reclutare consiglieri dall’opposizione in cambio della promessa di una poltrona provinciale e si impedisce il dibattito democratico, a Roma come a Molfetta, a colpi di maggioranza. La dittatura della maggioranza, la legge del più forte, facendo violenza alla democrazia. “La violenza è dei deboli, la non violenza è dei forti”, insegnava Gandhi, ma occorre essere veramente molto forti per resistere a questa violenza sul territorio, ma anche sulle spiagge (vedi la vicenda della Prima cala e del lido Bahia), sul traffico (vedi le famigerate telecamere), perfino sui rifiuti (vedi l’impianto di compostaggio). E così una città disamministrata, sempre più sporca (tanto da costringere gli addetti al servizio a chiedere scusa ai cittadini con un manifesto pubblico), con traffico caotico e parcheggi insufficienti o selvaggi, servizi carenti: insomma, un clima pesante. Anche questa è violenza ai cittadini. Come violenza sono le antenne alla 167 e la vicenda delle case di via Fontana. Violenza ai malati è la vicenda dell’ospedale. Violenza è perfino l’industrializzazione selvaggia, che non piace ai cittadini (una conferma è il sondaggio del nostro quotidiano in internet “Quindici on line”, che boccia questa ipotesi). Perfino l’omicidio Bufi è una violenza ai familiari della ragazza e alla giustizia, che non riesce dopo oltre 10 anni a trovare un colpevole. Una città che crolla, titolammo qualche mese fa, le cose non sono cambiate: il commercio langue, l’economia non tira, le case promesse non si vedono, ma si assiste a vergognosi cambi di casacca fra i consiglieri comunale, mentre la città subisce perfino assessori fantasma pagati con i soldi di tutti. Infine, la violenza verbale (pensate a certi dibattiti televisivi) contro tutto e contro tutti. Ne siamo vittime anche noi di Quindici. Quest’anno si chiude soprattutto nel ricordo di don Tonino(foto), un vescovo indimenticabile, del quale abbiamo celebrato la ricorrenza del decennale della morte. L’uomo della pace sicuramente non avrebbe taciuto in un’epoca di guerra e violenza come la nostra. Ci manca la sua parola. Cari lettori, vi facciamo gli auguri di Buon Natale e di un Felice (meglio sarebbe dire “sereno”) 2004 ricordando una frase di Martin Luther King che ci è venuta in mente in questi giorni proprio di fronte a questa violenza: “Non mi fa paura il rumore dei violenti, mi fa paura il silenzio dei giusti”. Ecco, occorre che ora, prima che sia troppo tardi, i giusti facciano sentire la propria voce, senza gridare, ma con fermezza. QUINDICI - 15.12.2003
Felice de Sanctis
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