La quadriglia
15/11/2004 21.21.00
Uno spettacolo desolante quello che offrono i nostri politici che fra due anni torneranno, con la solita faccia di bronzo, a chiedere voti e consensi ai cittadini elettori. Ormai in questa città non si fa più politica, ma si balla la quadriglia, danza di società delle nostre nonne. Il centrodestra sta dimostrando di non tenere in alcun conto le competenze (ove mai ce ne fossero) degli uomini, ma solo la loro appartenenza ad un partito. Questo porta le stesse forze politiche (ma forse definirle tali è anche eccessivo) a considerare i propri esponenti come delle pedine da muovere a proprio piacimento o secondo i "desiderata" del leader di turno. Ma ancora più grave è la disponibilità di questi uomini ad essere sostituiti o spostati come pedine di una scacchiera sulla quale perdono la loro dignità per assecondare i giochi interni. Altro che Prima Repubblica: una volta ci si sacrificava per la ragion di Stato, non per una mera ragione di soddisfazione di appetiti assessorili, che servono a garantire la sopravvivenza di una coalizione che a Roma (vedi l’epilogo del fenomeno Berlusconi, con una maggioranza in frantumi) come a Molfetta è mantenuta in vita con “promozioni” e incarichi che servono a tacitare dissidi interni con il regalo di qualche poltrona. Se a tutto ciò aggiungiamo la pretesa di qualcuno di voler anche giustificare il proprio cambio di cavallo o di casacca con un'inesistente motivazione politica, non resta che ripetere come quel noto scrittore Jean Cocteau che sosteneva desolato "il dramma della nostra epoca è che la stupidità si è messa a pensare". Provate a chiedervi quale quadro politico abbiamo di fronte e ne trarrete un'immagine confusa, dai contorni incerti, mentre sul futuro aleggiano solo voci e pettegolezzi. Cosa fare? Registrare queste voci o parlare di un progetto politico che non esiste? Andare dietro alle voci non è nostra abitudine, ma oggi non ci sono scenari definiti. Si può solo, se si vuole evitare il pettegolezzo, che non fa parte del nostro costume umano e professionale che lasciamo volentieri ad altri, cercare di immaginare l'evoluzione possibile delle alleanze politiche e delle ambizioni personali. Che la politica del centrodestra sia ispirata dal sen. Antonio Azzollini di “Forza Italia”, non è una voce, ma un fatto. Altrettanto certa appare la posizione del sindaco Tommaso Minervini ingabbiato in quella stessa maglia reticolare che ha voluto immaginare per il suo "governo a rete". Il suo futuro politico dipende dalle scelte del senatore, al quale come Berlusconi con Bossi, egli è legato per ogni scelta. Come farà a smarcarsi o a sfuggire a questa tela di ragno che lo circonda? Creando una lista civica che cerchi voti trasversali, come sembra voler fare il presidente Fitto, al quale, probabilmente il sindaco guarda come possibile leader di riferimento per tentare il salto alla Regione, nel caso in cui il senatore insistesse nel chiedere la sua poltrona per uno dei suoi. I due, senatore e sindaco, sono speculari: si trattano ma non si amano, diffidano uno dell'altro al punto tale da dover sempre confermare in pubblico la loro reciproca stima: "excusatio non petita, accusatio manifesta", insegnavano saggiamente i latini per sottolineare che quando una giustificazione (di amicizia) non è richiesta, nasconde una realtà che è assolutamente il contrario di quella manifestata. Si ha l'impressione che l'amministrazione sopravviva alla giornata, in attesa di tempi migliori e di sbandierare un qualche risultato che non sia solo di facciata. Ma i cittadini si guardano intorno e non vedono prospettive positive: il lavoro manca, i prezzi salgono, il commercio langue per la crisi dei consumi e, dulcis in fundo, il prezzo delle case cresce. L'alternativa? Solo l'emigrazione per lavorare, per abitare, per spendere e perfino per divertirsi. Ma di cosa parlano i nostri politici? Del cambio alla presidenza del consiglio comunale, della staffetta con l'assessore che permette l'ingresso di un nuovo consigliere, della presidenza da coprire, del gettone da ricevere, dell'impianto da gestire. E la gente? Può aspettare, a loro si dedicheranno alla scadenza elettorale. Ora – dicono - godiamoci i "privilegi della carica": permesso di parcheggio gratuito nelle aree dove si paga il grattino (grazie ad un contrassegno, “consigliere comunale”, che nessun vigile oserà mettere in discussione) e scheda del telefonino scontata. Privilegi non contestati nemmeno dai consiglieri di centrosinistra, la cui opposizione stenta a manifestarsi in modo efficace, divisi come sono nel “grande” dilemma: “Lillino sì, Lillino no”. Così si offre un'idea molto squalificante della politica: che si vada ad occupare una poltrona per sistemarsi a vita (e magari allargare la posizione alla famiglia: è già avvenuto in passato), oppure che si vada ad occupare un incarico assessorile per ricavare un reddito che altrimenti non si avrebbe con la normale attività (anche per chi non ce l'ha). "Noi tutti pensiamo monetariamente", scriveva Nietsche nella "Genealogia della morale", e per questo obiettivi si è disposti anche a diventare servi e a "leccare", perché come insegnava l'indimenticabile Flaiano: a furia di leccare, qualcosa sulla lingua rimane sempre. QUINDICI - 15.11.2004
Felice de Sanctis
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