Una giornata di ordinaria nevrosi sulle strade
11/12/2007 23.11.00
di Felice de Sanctis È il sistema nervoso dell’economia italiana. Un Paese intero dipende dall’autotrasporto perché il 70 per cento delle merci viaggia su gomma e questo fa sì che il potere contrattuale dei camionisti cresca notevolmente. Se si fermano i Tir, l’Italia è in ginocchio perché diventa difficile l’approvigionamento alimentare e quello energetico. Se si considera che siamo nel periodo prenatalizio, quando il trasporto merci aumenta per via di regali e altre consegne, si può ben comprendere il disagio che ne deriva ai cittadini. L’Europa ha calcolato che il traffico intasato costa in media un punto di Pil (prodotto interno lordo) l’anno e la media italiana è il doppio 2 punti per complessivi 26 miliardi di euro. Da anni si parla di trasferire parte del traffico stradale su rotaia, ma restiamo fermi ad un risicato 8%. Stesso discorso vale per i passeggeri: l’85% viaggia su gomma e solo il 15% sceglie il treno. Un paese a quattroruote simbolo di quell’individualismo esasperato che si esprime anche nella mobilità quotidiana. Gli autotrasportatori lamentano il rincaro dei prezzi soprattutto del carburante, dopo la recente impennata del costo del gasolio dovuta ai continui aumenti del petrolio che ha sfiorato i 100 dollari al barile. Se si fanno i conti in tasca agli autotrasportatori, si scopre che, dal piccolo furgoncino al Tir, il giro di affari è di circa 200 miliardi di euro annui, il 14 per cento del Pil, 800 milioni di euro al giorno. Mentre questo stop costerà all’Italia circa 5 miliardi di euro. Ma i costi d’impresa, secondo i «padroncini» sono cresciuti considerevolmente, ecco perché chiedono al governo un abbattimento di queste spese, oltre a nuove regole per le tariffe, con l’introduzione di quella minima e l’eliminazione dell’abusivismo che è molto diffuso nella categoria, fra l’altro molto frammentata (e questo la penalizza nella competizione con gli altri paesi europei), ma che si ritrova compatta in queste situazioni. Insomma, far quadrare i conti - dicono gli interessati - diventa sempre più difficile a fronte di condizioni di lavoro veramente disagiate (e di questo si può dar loro atto). Ma il danno che uno sciopero dell’autotrasporto arreca al Paese è altrettanto non trascurabile. Puglia e Basilicata sono state colpite pesantemente dal blocco dei Tir, su molte strade sono stati predisposti «presidi organizzati» che hanno consentito il traffico solo alle autovetture, costrette comunque a procedere quasi a passo d’uomo. Nella riorganizzazione del settore si parla da anni di incentivare le cosiddette «autostrade del mare», che alleggerirebbero il peso della circolazione pesante sulle strade, l’inquinamento e gli incidenti, oltre a provocare un risparmio di costi non trascurabile. Eppure queste alternative restano solo sulla carta, mentre le stesse organizzazioni di categoria riconoscono che la Puglia può essere rilevante nel blocco delle merci su gomma in quanto anello di congiunzione (con i suoi porti e le infrastrutture stradali) tra i grandi flussi di merci intercontinentali e gli attori economici locali. Gli automobilisti ieri, in una giornata di ordinaria nevrosi, hanno provato sulla loro pelle l’effetto del blocco della circolazione: ritardi per raggiungere il posto di lavoro, nervosismo diffuso e litigi con i furbi che cercano di bypassare la coda, contribuendo ad intasare ancora di più il traffico. Senza parlare dell’ansia da mancanza di carburante, che ha spinto molti automobilisti a mettersi, in questo caso sì in disciplinata coda, per fare rifornimento di benzina o gasolio, nel timore di restare a secco nei prossimi giorni. È la sindrome del ricordo di una «fame» atavica, di chi teme sempre una situazione di precarietà o di chi non accetta l’idea di dover rinunciare a qualcosa. La stessa cosa è avvenuta tempo fa con i supermercati presi d’assalto per paura di restare non privi dei viveri necessari, ma del superfluo offerto dal consumismo del nostro tempo. Ma il timore vero, è quello che ha manifestato ieri l’associazione di consumatori Adiconsum, preoccupata che il «fermo ad orologeria» dell’autotrasporto possa essere un alibi per un ulteriore aumento dei prezzi. Una strumentalizzazione per giustificare ulteriori rincari, proprio alla vigilia di Natale. Qualcuno ricorderà lo sciopero dei camionisti che mise in ginocchio il Cile nel 1972 provocando la caduta di Allende. Il paragone è senza dubbio sproporzionato, ma serve a rendere l’idea di un potere reale che non può e non deve trasformarsi in un ricatto sui cittadini, come avviene quando altre categorie del trasporto aereo e ferroviario paralizzano il Paese. La protesta è giusta, la rivendicazione di diritti e di un freno nell’escalation dei costi è sacrosanta, ma usare un potere di interdizione per ottenere vantaggi economici a spese degli altri rende inaccettabile anche la richiestapiù legittima, col rischio di perdere quella solidarietà sociale indispensabile perché una protesta non appaia come una rivolta. La Gazzetta del Mezzogiorno - 1ª pag. 11.12.2007
Felice de Sanctis
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