Truck Center Molfetta. Lavorare più sicuri è un affare per imprenditori e lavoratori
05/03/2008 22.02.00
Felice de Sanctis Fatta la legge, trovato l’inganno. Il vecchio adagio è un po’ il simbolo di un’Italia che non rispetta le regole, perché ne è allergica e il cattivo esempio viene dall’alto. Quando si parla di sicurezza del lavoro occorre tenere presente questa mentalità radicata negli italiani, fa quasi parte del Dna, per cui sradicarla non sarà tanto facile. Ma occorre almeno cominciare. Se la tragedia di Molfetta può costituire un’occasione, ben venga. Quegli uomini non saranno morti invano. E non continueremo a contare sette morti al giorno per incidenti sul lavoro, una media che, pur se in calo negli ultimi 10 anni, resta pur sempre la più elevata d’Europa. Il rispetto delle regole comincia dall’uso delle cinture di sicurezza per finire al pagamento delle tasse. Un Paese dove l’unica regola rispettata è quella di una strisciante illegalità diffusa, nella convinzione che essere furbi possa premiare. Sempre. In realtà, una cultura moderna dovrebbe far comprendere ai cittadini che dal rispetto delle regole tutti hanno da guadagnare. Un esempio? Se tutti pagano le tasse, ci saranno meno tasse per tutti. Accanto a questo «malefico» Dna, va aggiunta la logica della globalizzazione in un mercato dove chi corre di più, vince. Non importa come si corre, con quali rischi per la vita umana, con quale rispetto per la dignità dei singoli: tutto è sacrificato sull’altare della competizione. Occorre fermarsi un attimo, imprenditori e lavoratori, in quella che sembra diventata una guerra per la sopravvivenza: i lavoratori precari accettano di andare oltre i propri limiti fisici aumentando le ore di straordinario, accettando mansioni che si sa bene essere pericolose per la salute (lo sapevano anche gli operai di Molfetta). Gli imprenditori combattono per la sopravvivenza dell’impresa in un mercato sempre più globale, sempre più competitivo con Paesi emergenti dove si abbattono i costi lavorando anche 16 ore al giorno, senza tutele e dove persino i bambini vengono impiegati in duri lavori, nei quali l’incidente, la mutilazione e la morte sono una costante. Ecco che, forse, va ripensata l’intera organizzazione del lavoro, elevando a dignità anche quello più umile e soprattutto premiando il merito, abbandonando sia la logica egualitaristica, sia quella legata alla raccomandazione a favore del merito. Del resto, come ha più volte sostenuto il giuslavorista Piero Ichino, l’illegalità diffusa viene praticata soprattutto dai vertici della pubblica amministrazione con la conseguente inefficienza derivata dal mancato rispetto delle regole. Quanti impiegati sono male utilizzati o imboscati negli uffici, come avviene anche con i vigili urbani con «allergia» da traffico? Certo, è difficile e costoso investire in sicurezza, ma se si parte dalla cultura della formazione continua, i costi diminuiscono. Si potrà aumentare la prevenzione, inasprire le norme, prevedendo ispezioni e sanzioni più severe, ma se non si cambia la mentalità, la cultura di un popolo, è difficile ottenere risultati positivi Parlando con alcuni lavoratori abbiamo scoperto che essi, pur consapevoli di lavorare in situazioni di insicurezza, lo fanno sia perché non pensano mai che l’incidente possa capitare a loro, sia perché si accetta di ricevere un’indennità di rischio invece di pretendere una tutela gratuita (soldi meglio della salute), sia perché la stabilità del lavoro è diventata un’eccezione. Se un precario osa lamentarsi delle condizioni di sicurezza, viene messo fuori senza remore. E il popolo dei disperati, pur in una giusta flessibilità rischia di aumentare. Ecco perché il problema resta culturale. Lavoratori e imprenditori devono scoprire di avere un comune interesse: una vita umana vale più del profitto e più della conservazione del posto di lavoro. Anche così si misura la civiltà di un popolo. La Gazzetta del Mezzogiorno 5.3.2008 - 1ª pag.
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