Era meglio morire da piccoli
15/05/2005 23.02.00
La politica locale, come quella nazionale, offre un quadro di incertezza preoccupante. Le divisioni nel centrodestra e i primi tentativi di «trasloco» verso il centrosinistra (sindaco compreso) fanno capire che la nave imbarca acqua e i consiglieri non vogliono fare la fine dei topi. Il «Nuovo Psi» è il più attivo nelle valutazione delle operazioni di trasloco, mentre nel centrosinistra si discute del possibile «impatto ambientale» di Visaggio & Co. nella propria area. Del resto Visaggio (foto) ha bisogno di muoversi in questo senso, altrimenti rischia di restare fuori gioco. Infatti la sua nomina a consigliere regionale è importante, ma essendosi ritrovato all’opposizione, potrà incidere ben poco, limitandosi ad alzare la mano per esprimere voto contrario ai provvedimenti del governo Vendola. Ecco perché non ha ancora formalizzato le dimissioni da assessore comunale ai Lavori pubblici, un incarico appetibile che dovrà passare ad un altro uomo del suo gruppo. Ma Visaggio oltre a traghettare i suoi uomini nel centrosinistra deve pensare a collocare in quest’area anche il sindaco Tommaso Minervini, che non ha più la certezza di essere ricandidato dal centrodestra e continua a nuotare in un mare sempre agitato in cerca di un approdo. E, intanto, galleggia per sopravvivere. Mentre nell’Unione di centrosinistra è cominciato il dibattito sull’opportunità della campagna acquisti per vincere le prossime elezioni, «turandosi il naso» con la rassegnata massima montanelliana. L’elezione al consiglio regionale e la successiva nomina ad assessore del suo avversario Guglielmo Minervini, lo mettono in una posizione di concreta debolezza, avendo perduto perfino la «mitica» rete sulla quale abbiamo sempre ironizzato e mai creduto. Oggi, con il centrosinistra al governo della Provincia e della Regione, nella rete c’è finito lui come un povero pesce sognatore. E sì perché i sogni di una città che non c’è mai stata, ma che lui vedeva con le lenti del suo ottimismo e forse della sua speranza, oggi appare, ad una opportuna correzione diottrica, in una luce diversa: molto più cupa e dal futuro piuttosto incerto, malgrado l’espansione della zona industriale. E questo perché, da qualche tempo, agli appuntamenti con la storia e l’economia, Molfetta arriva ormai in ritardo: quando gli altri imprenditori delocalizzano le produzioni in una situazione di crisi sempre più preoccupante e in un mondo globalizzato che non concede sconti a nessuno (impara Berlusconi), noi andiamo a realizzare un progetto importante, ma fuori tempo e che avrà bisogno di qualche anno per andare a regime, economia nazionale permettendo. Infatti, una delle regole fondamentali dell’economia dice che non è tanto importante produrre, quanto vendere e oggi, in una crisi (anche sul fronte dei consumi) divenuta sempre più drammatica, è difficile trovare mercati e soprattutto essere competitivi. La crisi, insomma, si fa sentire e occorre governarla, ma né a livello locale, né tantomeno nazionale sembrano esserci le intenzioni e soprattutto le capacità per farlo. E se «il cavallo non beve», cioè l’economia non si riprende anche per mancanza d’acqua, alla fine l’animale rischia la disidratazione. Queste considerazioni ci vengono dalla lettura di un bilancio triennale 2005-2007 appena presentato che è solo un esercizio contabile per il diligente assessore Magarelli, ma che non dice nulla di nuovo, né è in grado di proporre investimenti, prospettive che non siano quelle già reiterate varie volte e destinate a finire nel libro dei sogni del sindaco. In realtà, al di là della destinazione dell’ex Preventorio alla Lega del Filo d’oro e dell’«operazione porto» (con tutte le sue riserve e le sue distorsioni legate alla realizzazione di un’inutile società finalizzata forse al solo obiettivo clientelare), anch’essa frutto di scelte ultra decennali, di concreto non si è visto nulla. E con il cambio della guardia alla presidenza della Regione Puglia, tutto si complica. Si vaneggia ancora sui «project financing» impegnativa versione anglosassone dell’italica «finanza di progetto», una formula suggestiva che indica l’impiego di risorse private per progetti pubblici. Ma quali privati? E con quali soldi? Anche questo rientra nelle fantasie del centrodestra. Del resto l’amministrazione ha già rinunciato ai parcheggi interrati di Piazza Paradiso e della Palestra del Liceo per mancanza di offerte, ma spera ancora di trovare qualche «mecenate» che finanzi il parcheggio di Piazza Moro. Mentre l’unica possibilità di realizzare un progetto di questo genere, grazie all’impegno della costruenda «Ipercoop» viene dirottato su via Piccinni, in zona semiperiferica. Ci chiediamo: i nostri solerti amministratori conoscono mentalità e abitudini dei loro concittadini? Potrebbero intanto trasformare in zona con grattini a pagamento tutta l’area compresa fra via Cavallotti, via Baccarini, via Ten. Fiorini e via A. Volta. Non si capisce per quale privilegio ereditario quest’area resti ancora libera, mentre la gente impazzisce per trovare un posto auto in centro perché le zone di parcheggio sono gestite male tra permessi eccessivi, contraffatti e autorizzazioni per falsi disabili. Nel libro dei sogni (e dei possibili guasti) ci sono poi la trasformazione del lungomare Colonna, il centro tecnologico della zona artigianale e qualche altro utopico progetto. Quando manca la fiducia, l’economia non cresce e i privati non investono. Del resto i molfettesi, tranne lodevoli eccezioni rappresentate più da piccoli imprenditori partiti come operai, hanno sempre privilegiato la rendita (edilizia soprattutto) all’investimento produttivo a rischio. E l’edilizia (vedi il progetto Legnami-Pansini) ha ucciso la nostra economia e finirà per affossarla. Mentre le case costeranno un occhio, non si creerà lavoro e i giovani saranno destinati a convivere con i genitori oppure a indebitarsi o a emigrare (come stanno già facendo in tanti) per cercare un impiego che qui non c’è. E’ questo il futuro radioso che ci avevano prospettato quattro anni fa? Dove sono lo sviluppo, la meritocrazia, la giustizia sociale, la solidarietà, perfino la libertà (negata da un regime strisciante in Italia)? Ci chiediamo con Paolo Rossi: «Era meglio morire da piccoli che vedere ‘sto schifo da grandi?». Quindici - 15.5.2005
Felice de Sanctis
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