Il potere dei segni
15/07/2005 23.02.00
È l’ora di una pausa di riflessione. La consiglieremmo ai nostri politici l’un contro l’altro armati a difendere interessi che potrebbero essere anche legittimi, ma si configurano più come interessi di bottega che collettivi. Il Palazzo appare sempre più distante dalla gente, che vive con amarezza ogni giorno la disillusione dei “governi a rete”, del “milione di posti di lavoro”, della “riduzione delle tasse”, del “nuovo miracolo italiano” e così via di bugia in bugia, sempre più grandi per cercare di resistere il più a lungo possibile sulla scena e, soprattutto, al potere. Un potere sempre più ricercato, sempre più desiderato, sempre più arrogante, che si fa ipocritamente “umile” solo alla vigilia delle campagne elettorali, per blandire, adulare la gente, per dimenticarsene un minuto dopo la vittoria. Più che i “segni del potere” occorrerebbe guardare al “potere dei segni”, come insegnava don Tonino (foto), invece la politica è diventata come il lavaggio delle finestre: non importa da quale parte sei, lo sporco è sempre dall’altra parte. E assistiamo allo squallido trasformismo che porta, alla fine, a mischiare tutto e la moneta cattiva scaccia sempre quella buona. Eppure sono tanti che “senza sano orrore di se stessi” (rubiamo la battuta a Petrolini), continuano ad imporci la loro presenza nel Palazzo. Figure un tempo impresentabili, oggi assurgono anche a ruoli di responsabilità, precipitando il Paese in una crisi profonda. Il ricatto politico è divenuto una regola, al punto che si permette a chi rappresenta le istituzioni di insultarle, generando modelli negativi per i nostri giovani. E anche la “deviazione” di alcune istituzioni finisce per mettere paura e togliere sicurezza quando si è arrivati al punto da doversi difendersi proprio da coloro a cui è demandato il compito di difenderci. E’ un mondo al contrario. E la botte dà il vino che ha: sempre più aceto. “Tutto è permesso nell’interesse della società, è questa una massima empia, che sembra essere stata inventata in un secolo di libertà per legittimare la venuta dei tiranni”, ammoniva Alexis de Tocqueville già nel 1835. Non raccontiamo impressioni personali, ma sensazioni diffuse nella gente, non più ascoltata da chi esercita il potere in suo nome, esaltando l’egoismo privato come una virtù pubblica. Ecco perché, se si vuole descrivere ciò che è vero, occorre lasciare l’eleganza ai sarti (in verità, stanno scomparendo anche quelli). Guardiamoci intorno: c’è poco da essere ottimisti di fronte a una crisi economica della quale non si vede lo sbocco. Altro che “miracolo italiano” che doveva rendere tutti più ricchi, ma che in realtà ha reso tutti più poveri, non solo economicamente. E quando credevamo di avere le risposte, ci hanno cambiato le domande e il terrorismo ha sconvolto le nostre abitudini e le nostre sicurezze. Ma quello che ci preoccupa di più è il “terrorismo del potere”, di chi crede di essere sempre al di sopra della legge, al punto da cambiare la legge che impedisce di agire per i propri interessi. Abbiamo la sensazione che ormai non ci sia limite allo sfascio. Guardandosi intorno c’è da restare scoraggiati: non basta rifare il look a qualche chiesa, partecipare a un pellegrinaggio, inaugurare qualche mostra, per cambiare il volto della città; né ci si può limitare a mettersi il fiore all’occhiello di una zona industriale che è una bella realtà, ma che al di là delle apparenze, del numero dei nuovi operatori economici, non rappresenta ancora un motivo di decollo economico, anzi. Non sono pochi coloro che piangono guardando il loro nuovo capannone: bello, ma che non produce affari. Occorre rimettere in circolo un reale processo economico che non può essere solo quello del porto, i cui tempi sono irrimediabilmente molto lunghi (colpa della burocrazia, si giustificano glia amministratori!). È la logica di governo che va cambiata, cambiando anche gli uomini, avviando un processo di rinnovamento di una classe politica di infimo livello capace solo di pensare alla divisione del sottogoverno, sdoppiando perfino le municipalizzate per moltiplicare le poltrone. È soprattutto la qualità e la capacità di governo che mancano a Molfetta, come in Italia. Non si può praticare la logica del “laissez-faire”, l’abbiamo ripetuto più volte, di un liberalismo senza regole che ha prodotto solo guasti e profitti privati. È questa “Molfetta che vogliamo”, lo chiediamo anche a quel partito politico che si fregia di questo nome? I cittadini si guardano intorno e restano attoniti, guardano le tasche e le trovano sempre più vuote, guardano l’orizzonte e vedono solo foschia. E i nostri amministratori sembrano vivere su un altro pianeta, a sentirli parlare ci si accorge – concediamo loro perfino la buona fede – che vivono di illusioni, che vedono una città che non c’è. Ecco perché c’è bisogno di una grande iniezione di “sano” ottimismo, non falso e opportunista. Certo, di questi tempi è difficile, ma percorrendo una strada del dialogo che si è dimenticata da tempo, tutto diventa più facile. Ora che l’estate è cominciata, i pensieri corrono al riposo, alle vacanze, a un divertimento non sempre meritato. Prendiamoci tutti una pausa di riflessione, che consiglieremmo soprattutto a coloro che, ascoltando la propria coscienza, decidano di fare un grande passo indietro lasciando perdere la politica, rinunciando ai propri interessi. E di fronte a coloro che “ostentano i segni del potere, mostriamo il potere dei segni”. Quindici - 15.7.2005
Felice de Sanctis
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