Terremoto politico
15/04/2005 23.02.00
È un vero terremoto politico quello che si è verificato alle ultime elezioni regionali, un moto sismico destinato a durare nel tempo e a sconvolgere gli equilibri in Italia, in Puglia e soprattutto nella nostra Molfetta. La vittoria di Nichi Vendola (foto) è stata la grande sorpresa di questa consultazione elettorale, che ha dimostrato, ancora una volta, come i cittadini sappiano valutare le situazioni e scegliere col cervello, ma anche col cuore. Un altro dato importante che emerge da queste elezioni, è il ritorno in campo della cosiddetta «società civile» che ha dimostrato di esserci e di poter contare fino al punto da mutare gli equilibri politici cittadini. Sembrano tornati i tempi del grande entusiasmo che portò alla nuova stagione politica di centrosinistra nella nostra città con la grande voglia di partecipazione, e la sconfitta dei politici della Prima Repubblica, ne è un’ulteriore conferma. Il successo di Guglielmo Minervini, tornato prepotentemente sulla scena politica cittadina, con un imprevedibile alto consenso anche interno, è un altro segnale del cambiamento di rotta di un elettorato che sembra aver abbandonato quell’apatia diffusa che l’aveva caratterizzato negli ultimi anni. Un amore ritrovato, dopo un divorzio che lo aveva ridotto in uno stato depressivo col risultato che la città era andata lentamente degradando negli ultimi anni. Un risultato importante quello dell’ex sindaco, soprattutto perché ottenuto, com’egli stesso dice, «a mani nude» senza leve di potere e soprattutto senza disponibilità finanziarie che ormai rappresentano il vero motore del consenso. Se a ciò si aggiunge la «defezione» del gruppo che fa capo a Lillino Di Gioia che ha portato un proprio candidato di centro, la forza di quei 4.700 voti raccolti a Molfetta, va raddoppiata in termini di valutazione politica. Altra novità importante è quella del voto disgiunto che ha premiato Vendola e quindi il centrosinistra complessivamente, dando anche segnali a quei partiti che per opportunità politica (Nuovo Psi) si erano schierati con il centrodestra e che ora saranno costretti a rivedere le proprie posizioni. L’indubbio successo dell’assessore comunale Franco Visaggio che corona il suo sogno, a lungo inseguito, di sedere nel consiglio regionale pone, però, al suo partito il dilemma della scelta di campo, soprattutto alla luce appunto del voto disgiunto che i suoi elettori hanno dato a Vendola: un forte segnale politico, che non potrà essere ignorato. Tra l’altro, lo stesso Visaggio, restando all’opposizione, non potrà capitalizzare il successo elettorale, che rischia di trasformarsi in un’inutile presenza numerica nell’assemblea, come è avvenuto con il centrodestra alle Provinciali dove il successo di voti, non suffragato dall’elezione di alcun consigliere, si tramutato, in pratica, in un’amara sconfitta. Ma un passaggio di fronte di Visaggio, che dovrà lasciare il proprio assessorato comunale, comporterà un’ulteriore scossone all’amministrazione di centrodestra guidata da Tommaso Minervini, già colpita dalla defezione di alcuni consiglieri tra cui uno della sua stessa lista. A rendere più problematica la situazione locale è il crollo di Forza Italia a vantaggio di An, un risultato destinato a cambiare i rapporti di forza all’interno dell’amministrazione comunale, dove il partito di Berlusconi e Azzollini è fortemente predominante in termini di potere e assessorati. Certo, c’è da dire che il partito di Fini a Molfetta è diviso in varie correnti che hanno portato a un risultato complessivo di quasi 4.700 voti che ne fanno il secondo partito dopo la “Margherita”, ma il frazionamento eccessivo (significativo il successo di un gruppo di giovani della destra sociale che sono riusciti senza mezzi a procurare 260 voti allo sconosciuto candidato Pietro Longo) non gioca a suo favore. Inutile citare «L’Italia dei valori» che continua nel gioco della sua ambiguità politica tra centrosinistra e centrodestra con estemporanee e ridicole trovate del suo rappresentante che pur di dimostrare di esistere s’inventa la candidatura di Di Pietro a sindaco della città e riesce a mettere insieme pochi «spiccioli»: 124 voti. Un episodio, insomma, solo grottesco. A scalpitare è anche l’Udc e in particolare la famiglia Minuto, già in dissenso con il suo presidente Michele Facilone, che ormai naviga per proprio conto. La bella Carmela ha già lanciato segnali di fuoco al sindaco Minervini: «Perdono, ma non dimentico». Ma quanto durerà questa cristiana condizione? Sappiamo già che la signora consigliera sta facendo pressioni sullo stesso sindaco e sull’amministrazione comunale per ottenere qualcosa in termini politici, barattando un suo ipotetico passaggio al centrosinistra, magari nella Margherita, dove spera di avere maggiore spazio. Nel gioco dei ricatti politici, insomma, quest’amministrazione rischia di tirare le cuoia prima del tempo e lo stesso sindaco appare preoccupato al punto da dichiarare di non essere certo di una sua ricandidatura. Anche la nomina del successore di Visaggio creerà non pochi problemi alla coalizione all’interno della quale lo stesso senatore Azzollini appare ridimensionato e in difficoltà, dopo il risultato elettorale. Nel centrosinistra, invece, il problema principale riguarda il «fattore L», Lillino per intenderci, che farà pesare il successo elettorale e ancor più il sostegno dato al neo presidente della Regione, Vendola, con la sua lista «La Primavera pugliese». E questo mette in difficoltà il partito che forse è uscito peggio da queste elezioni, non tanto in termini di voti, che sono diminuiti, ma in termini di forza politica: Rifondazione comunista. Come si regolerà ora il partito di Bertinotti con Di Gioia, che ha sempre apertamente osteggiato nella sua futura candidatura a sindaco della città? Sul fronte dei Ds, la scelta a nostro parere sbagliata di bruciare una candidatura come quella del bravo Corrado Minervini, è stata determinante nel calo di consensi di un partito che dovrebbe decidersi a rivedere le sue strategie politiche. Forse l’unica soluzione resta quella prodiana dell’Unione, nella quale qualcuno, forse, dovrà, giocoforza, «turarsi il naso», come diceva Montanelli. Del resto, la politica non è forse «l’arte del possibile», come insegnava Bismark uno che se ne intendeva? Tempi duri per tutti. Quinidici - 15.4.2005
Felice de Sanctis
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