Il canto delle sirene
La crisi della politica sta generando repulsione nella gente. Senza una forte tensione civile e una nuova cultura, la politica, purtroppo, è destinata a cedere il campo all’antipolitica che fa crescere il distacco tra istituzioni e cittadini
15/06/2007 17.16.00
Crisi della politica? È questo l’argomento dominante nelle ultime settimane sui media e nell’opinione pubblica. C’è chi paventa una seconda Tangentopoli e chi crede che la crisi del sistema politico e la lievitazione dei suoi costi abbia superato ogni limite, al punto da auspicare una rivoluzione (col rischio di sostituire un regime con un altro?). «Noi italiani siamo fermi a una concezione elitaria e ristretta dell’oligarchia; ad una concentrazione cioè del potere in un unico giro di protagonisti», il sociologo Giuseppe De Rita, come sempre, fotografa magistralmente la situazione. Condividiamo quest’analisi che si può perfettamente attagliare a Molfetta. La crisi della politica sta generando una naturale e comprensibile repulsione della gente. Un recente sondaggio del quotidiano Repubblica ha riferito che due italiani su tre non avrebbero fiducia nel Parlamento, nel governo e nei partiti. Se ci fermiamo un attimo a riflettere, ci chiediamo: siamo anche noi fra quei due? Potrà sembrare paradossale, ma, ancora una volta, è proprio la politica o la parte peggiore di essa, che sfrutta tali sentimenti popolari per mettersi virtualmente (e non solo) alla testa di questa massa insoddisfatta per orientarla demagogicamente verso i propri interessi, che non sono quelli collettivi. È questo, per assurdo, il metodo del berlusconismo che raccoglie l’antipolitica, quella protesta contro di sé, per girarla a proprio vantaggio, attraverso una sorta di populismo che se ne serve, mentre la alimenta. E monta la deriva populistica, demagogica e qualunquista che sfrutta il crescente fastidio popolare a proprio vantaggio. E tutti quelli (pochi) che riescono ancora a ragionare con la propria testa, assistono impotenti allo spettacolo di una mandria, malata di protagonismo, che si lascia guidare verso il baratro, proprio dal mandriano contro il quale si ribella. Ed è proprio l’arma del presenzialismo ad ogni costo, del rapido passaggio televisivo o su altri media a creare l’illusione di essere un personaggio, quando in realtà si è solo parte anonima di un gregge, che viene utilizzata da quella classe politica. Si crea, così, un clima disfattista, al quale non sfugge nemmeno una parte della sinistra, che si fa inconsciamente trascinare in questo valzer infernale, al quale contribuiscono anche i media. Senza una forte tensione civile, senza una nuova cultura (dov’è finita la cultura?), la politica, purtroppo, è destinata a cedere il campo all’antipolitica che fa crescere il distacco tra politica, istituzioni e cittadini, una preoccupazione di cui si è fatto recentemente interprete il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Il gioco di una certa destra sta tutto qui, nella capacità di un sistema autoreferenziale di neutralizzare i dissensi per mantenere al potere una nomenklatura in cui prevale il codice di appartenenza a quella «casta» efficacemente denunciata dai giornalisti Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo. E ha ragione anche Giovanni Sartori quando sostiene che il «politico gentiluomo» è pressoché sparito, sostituito dal politico che «fa per sé» soltanto per sé e per la poltrona. Queste citazioni di autorevoli opinionisti sono una conferma di quanto andiamo sostenendo da anni su Quindici (e lo sanno i lettori legati al nostro giornale da una consuetudine mensile, e da qualche anno anche quotidiana in internet, che ci sostengono quasi condividendo un senso di appartenenza), col rischio di sembrare una voce isolata nel deserto, ma che in realtà, ha altre voci (non tante, purtroppo) che portano avanti una battaglia per scuotere l’opinione pubblica da un comodo torpore, invitandola a non seguire il canto delle sirene, per riprendere fiducia nella sua capacità e soprattutto nel suo potere democratico di pretendere un cambiamento con l’arma del voto. Un diritto che ci è stato negato da quel Berlusconi che si riempie la bocca di libertà, ma poi obbliga la gente a votare per coloro che sono stati scelti dai partiti. È democrazia questa? Ecco perché la responsabilità dei media (giornali, televisioni, internet, ecc.) è grande. Anche nella nostra categoria, infatti, si rinuncia a combattere le battaglie scomode per quieto vivere, per non farsi nemici (i politici sanno sempre come gratificarti) o solo per pigrizia. Basta riportare un comunicato stampa preconfezionato, come fa la maggior parte dei colleghi, si dà la notizia, si riempie il giornale e si vive tranquilli. Non ci si pone il problema che attraverso uffici stampa più o meno ben retribuiti, il potere, la Casta, diffonde sono messaggi graditi o funzionali a una certa politica. «Per avere una Casta – scrive Furio Colombo – ci vuole il grande specchio dei media in cui non si vede mai l’immagine di ciò che accade davvero e si accredita in modo benevolo l’immagine onnipresente dei vari personaggi della medesima Casta». Del resto, i servizi segreti deviati di questa repubblica, forse, non mettono sotto sorveglianza i giornalisti che scrivono ben chiaro ciò che pensano? E in questo, contano anche sul silenzio degli altri giornalisti. Questa pericolosa simbiosi fa sì che il «ceto separato» rinunci anche a rispondere alle critiche che vengono rivolte da una minoranza della categoria. C’è una battuta ricorrente, una frase altezzosa, evidenziata su Repubblica dal collega Filippo Ceccarelli: «non accetto lezioni». La superbia ha preso il sopravvento e chi vuole difendersi è costretto ad alzare la voce più degli altri se non vuole soccombere nel silenzio. Un trionfo dell’ego. Ne abbiamo avuto un esempio recente in una manifestazione pubblica a Molfetta dove il politico di turno ha invitato il pubblico a «non andare dietro alle sciocchezze che scrivono i giornali», ma a seguire quello che dicono gli amministratori «impegnati a sacrificarsi per il bene della città». Il successo, la competenza, da noi non sono ancora sufficienti per accedere al diritto di critica. Come fa questa politica a riformare se stessa? Come fa a rinunciare alla lottizzazione delle cariche che in questa città è avvenuta con l’utilizzo del peggiore manuale Cencelli e del familismo imperante, anche al prezzo di rinunciare a specifiche capacità e competenze. E i risultati si vedono da strade sporche, trasporti urbani non efficienti, servizi pubblici deficitari… Di qui, il sentimento di rifiuto diffuso nel nostro paese da parte della gente e la rabbia per i costi crescenti della politica, che garantisce prebende senza alcun criterio meritocratico, con un’offensiva esibizione pubblica di privilegi e il mantenimento di un parassitismo politico-clientelare. E a Molfetta l’idea di voler gestire tutto, dal porto alla più piccola iniziativa, diventa un motivo in più di malessere sociale. Ritardi e abusi della classe dirigente andrebbero denunciati con più forza dall’opposizione di centrosinistra. Grandi aspettative, a tal proposito, aveva generato la nascita del Partito Democratico, ma finora questa nuova «cosa» non ha riscaldato i cuori della gente, anche perché gli stessi protagonisti non hanno ancora ben chiare le idee su cosa farne. Cosa rispondere a chi ci diceva qualche giorno fa che il PD era, in pratica solo Lillino Di Gioia, Guglielmo Minervini, Annalisa Altomare e Mino Salvemini messi insieme? Il programma? Sempre questo mitico porto rivendicato da tutti? E poi? Continueremo a galleggiare, mentre le sirene sul molo di Molfetta continueranno a cantare. Quindici - 15.6.2007
Felice de Sanctis
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