Non molliamo!
Contro i poteri forti, occorre rilanciare il potere della politica, quella sana, che permette agli uomini di decidere liberamente il proprio destino, senza i condizionamenti psicologici del bisogno e della paura
15/06/2008 18.36.00
Questo mese vi proponiamo un editoriale diverso, dando la parola direttamente ai lettori. Infatti, il nostro editoriale di maggio «Un uomo solo al comando», commento e analisi delle ultime elezioni amministrative, ha suscitato un vasto dibattito. Ci sono pervenute diverse lettere e fra queste quella del dott. Giovanni Petruzzella che scrive: «Ho letto con attenzione sull'ultimo numero di "Quindici" la sua analisi attenta e precisa in merito all’ultimo risultato delle elezioni comunali a Molfetta. Ha perfettamente ragione: sarebbe opportuno quasi un "conclave" delle forze di opposizione per individuare strategie e perché no un candidato "ombra" alla carica di Sindaco. In alternativa, lei potrebbe proporre ai suoi lettori, magari indicando un elenco di nominativi, un sondaggio su quale potrebbe essere il candidato "ombra" alla carica di Sindaco». Accogliamo volentieri l'invito del dott. Petruzzella: il sondaggio sul candidato sindaco lo abbiamo già fatto in passato, come i nostri lettori più affezionati ricorderanno, e lo riproporremo. Tra l'altro riteniamo che un giornale debba farsi promotore di proposte e idee ed essere anche strumento di dibattito per analizzare errori, politiche sbagliate (è quello che stiamo già facendo), ma soprattutto indicare strategie per il futuro agli uomini di buona volontà, perché non prevalga la rassegnazione e lo sconforto. Ecco un altro lettore, Felice Altamura, che avanza considerazioni abbastanza condivisibili. «Chi le scrive – dice Altamura - è un uomo di sinistra non comunista, quella sinistra liberal-democratica iniziata e rimasta allo stato embrionale, causa la prematura perdita e scomparsa di E. Berlinguer, ripresa e lentamente avviata da Veltroni e mi auguro anche da un ravveduto Vendola. (...) Una sinistra, mi auguro, più attenta a quei processi evolutivi e programmatici in atto e non ascoltati, alle voci dolorose della gente e delle minoranze martoriate da continue ingiustizie e sopraffazioni, obbligando ad accettare compromessi ai limiti della dignità umana, pur di sopravvivere. (...) Ecco la vittoria dell'uomo della provvidenza: dicono che la storia non si ripete, io credo invece il contrario anche se in condizioni e situazioni completamente diverse, di non facile collocazione. Ecco spuntare quei dogmi e quei pensieri assolutistici che escludono ogni confronto: ecco la logica del capo che sostituisce quella del partito. Cosa fa la politica in periferia? Segue le direttive del partito ripercorrendo gli stessi errori. Cos'era la coalizione di sinistra a Molfetta assemblata per battere non la destra ma il capo della stessa? Era un'armata Brancaleone, destinata a disperdersi alla prima difficoltà; il candidato Sindaco sarebbe stato più credibile non accettando nella coalizione, personaggi di chiara etica e matrice di destra. Il ballottaggio era scritto e scontato: i molfettesi scelgono la logica del "denaro che da Roma arriverebbe a Molfetta (un'altra trappola di Mandrake) o l'assenteismo totale, perchè tanto non cambia niente. Più che analisi, già anali. . . . zzati da Mandrake, sarebbe bene fare una autocritica di tutte le forze di sinistra: non è il capo il problema da affrontare, ma la nuova filosofia che ha vituperato tutti, anche la stessa sinistra, il berlusconismo. Ritorniamo ad essere quella sinistra riformista iniziata da Berlinguer, di valori umanitari, libere e trasparente non simbolica». Insomma, dove stiamo andando? Se lo chiede una nostra cara e brava giovane che ha collaborato con noi in passato, prima di allontanarsi per motivi di lavoro, con l'interrogativo: «Che città Molfetta sta diventando? "Innanzitutto la trasformazione da paese a città. Da paese a città? (...) Nella mia infanzia c'era il centro, la periferia (era il Quartiere Paradiso e la 167 appena nascente!!!) e poi la campagna. Era facile andarci, bastava imboccare la stradina dopo l'ultimo palazzo costruito e vai... si apriva l'altra dimensione, non più cittadina, un'area che sembrava infinita, di terra, alberi, pietre, corse, biciclette, casolari, esplorazioni avventurose... Ora tutto ha un confine, tutto è delimitato, già sulla carta edificato, sembra che non ci siano più spazi “liberi”; ciò che è ancora campo, o uliveto, scopri che ben presto non lo sarà più; e ti ritrovi a contare sulle dita di una mano quegli spazi che rimarranno. Ma ancora per quanto? Forse si tratta più di un'esigenza mentale che fisica, di pochi e non di molti, forse perché quelli della mia generazione vivono il cambiamento sotto i propri occhi e in pochissimi anni. Il sospetto è quello che si sta progettando, o meglio si è già progettato, qualcosa che poco ci appartiene, che non lascia spazio ad una dimensione umana del vivere la città. Forse». Ed è proprio questo il punto, la dimensione umana dimenticata. Ah, don Tonino, quante volte lo hai ricordato ai molfettesi! Cosa fare: arrendersi ad una città che non ci piace? Non è possibile, abbiamo un debito di riconoscenza. Qui ci sono le nostre radici, qui c’è la storia di ognuno di noi. Perciò non si può assistere passivamente al degrado di una città e all’involuzione dell’Italia. Occorre essere presenti più che mai, anche quando questo costa fatica e sacrifici, far sentire e pesare la propria presenza. Ecco perché anche noi di “Quindici” abbiamo deciso di esserci, di continuare a combattere una battaglia cominciata nel 1994, negli anni del Percorso e continuata per 14 anni senza interruzione fino ad oggi: forse siamo stati gli unici a restare coerenti e a rimanere coraggiosamente sul campo anche... «sotto le bombe» esterne e interne, a metterci in gioco, a metterci disinteressatamente il cuore e la faccia per la crescita di questa città. E desidereremmo che a noi si unisse quella società civile in cui ci riconosciamo e che è stata il nostro punto di riferimento, alla quale abbiamo dato voce in tutti questi anni, ma che ci sembra un po' assopita, scoraggiata, dispersa nei mille rivoli del privato, del disinteresse, della sfiducia. A questa gente occorre dare una prospettiva, un sogno, un'identità, indicare un percorso comune che permetta a tutti di riconoscersi in valori condivisi, che vanno recuperati e rivendicati, non lasciati a una destra che a parole parla di solidarietà ma scaccia gli emigrati; parla di democrazia ma propone ronde armate dell'esercito a vigilare sulle città; parla di libertà, ma penalizza giudici e soprattutto attacca i giornalisti minacciando di mandarli in galera, peggiorando la già pesante legge fascista che già oggi colpisce penalmente e finanziariamente chi non è al servizio del padrone; che alletta i lavoratori con promesse di improbabili arricchimenti, ma non garantisce la sicurezza sul lavoro, anzi chiede leggi meno severe che non ostacolino gli imprenditori mentre gli operai continuano a morire; parla di rilancio del Mezzogiorno, ma è schiava della Lega di Bossi che vuole emarginare e impoverire il Sud con un federalismo fiscale non solidale. Bisogna sconfiggere quel sistema squilibrato che privilegia la potenza di quelle oligarchie economico-finanziarie che, con la forza del denaro, decidono destini, carriere e futuro di chi accetta di farsi ridurre in una condizione di servitù psicologica. Contro i cosiddetti «poteri forti» occorre rilanciare il potere della politica, quella sana, quella vera, che permette agli uomini di decidere liberamente il proprio destino, senza i condizionamenti psicologici del bisogno e della paura. Occorre, perciò, uno scatto di orgoglio, un soprassalto di dignità civica, occorre esserci e partecipare. Noi di Quindici ci siamo e, salveminianamente, non molliamo. Quindici 15.6.2008
Felice de Sanctis
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