La città dei passi perduti
10/04/1995 15.03.00
È un tremendo atto di accusa quello che i giovani hanno lanciato dalle colonne di questo giornale nel numero scorso, attraverso una lettera di una ragazza di soli 16 anni, Paola Natalicchio, ma con tante idee chiare in testa. Chi ha detto che i giovani non sanno quello che vogliono, che vivono solo di tv e di discoteca, che accettano passivamente questa società consumistica e indifferente, che non si accorgono che Molfetta sta morendo nella noia, nella routine, nella mediocrità? tanto da essere “stretta, scomoda, quasi squallida per chi ha la lecita pretesa di chiedere di più”, come scrive Paola. Da questa città o si fugge o ci si adegua. Spento il dibattito politico, ridotto a qualche conferenza quello culturale, Molfetta vegeta in un’interminabile attesa, quasi che i suoi problemi possono risolversi da soli. Si tenta perfino di assorbire la forte scossa elettorale delle ultime amministrative. Terminata l’onda d’urto iniziale, il moto è diventato tranquillo, quasi piatto, per volontà di chi non vuole il nuovo, non accetta il cambiamento, anzi lo ostacola. E chi tenta di parlare fuori dal coro viene subito zittito o insultato. “Sarà anche vero che siamo passivi - aggiunge Paola - ma in una città che lo è prima di noi ed in cui non essere tali è un’impresa ardua, poiché non ve ne sono gli strumenti concreti, non ci si sarebbe potuta aspettare altrimenti”. Sono parole pesanti, un j’accuse senza attenuanti contro un clima amorfo, indifferente perfino al degrado dei propri monumenti delle opere d’arte. Ricordo una significativa affermazione di Proust del 1904: “La vera terra inestetica non è quella dove l’arte non è mai cominciata, ma quella che, disseminata di capolavori, non è in grado di amarli né di conservarli”. È perfino inutile citare esempi, ne avremmo o decine, bastano quelli del colpevole abbandono del Pulo e il recentissimo crollo (lo denunciamo in copertina) dell’edificio adiacente al Torrione Passari (foto), uno dei simboli più antichi e carichi di storia e cultura, anch’esso minacciato da una frana. Che dire, poi, della città nuova? Vero volto di Molfetta, dispiace ammetterlo, ma è la verità (e “la verità non danneggia mai una giusta causa”, diceva Gandhi) è ridotta, ormai, a una periferia incolore, anche per colpa di uno sviluppo urbanistico senza fantasia né progettualità, con tipologie e concezioni anni 50, frutto di ricerca del profitto più alto a basso costo. Così ogni iniziativa nuova, ogni tentativo di mutare questa realtà viene ostacolato o lasciato morire nell’indifferenza. Una città dove per i giovani si pensa solo ad un futuro da impiegati di banca o insegnanti, perpetuando rendite a interesse garantito (Bot, Cct ecc.), ma senza investimenti, perciò senza futuro che non sia il comodo costante consumo, senza rischi, assicurato nel tempo. Come si può creare lavoro in questa realtà, che inevitabilmente assegna alla politica il ruolo di ufficio di collocamento e ai politici quello di gestori di risorse, da cui ricavare anche rendite personali. Siamo alla vigila di una nuova tornata elettorale per il rinnovo della Provincia e della Regione. Dov’è il dibattito politico? Gli stessi candidati continueranno nella logica del passato, cercando il consenso solo attraverso uno scambio interessato e con promesse di quel posto da impiegato a stipendio sicuro, che appare la meta più ambita? Un uomo di cultura molfettese ci rimproverava la mancanza di un serrato confronto di opinioni, di dibattito politico all’interno del nostro giornale. Eppure non sono mancati da parte nostra stimoli diretti e indiretti. Ma un giornale è lo specchio dei tempi, riflette la società in cui opera e ne diviene la storia. Evidentemente, in questa fase di transizione, Molfetta non riesce a esprimere di meglio. E poi cosa fa la scuola? E non si dica che siamo pessimisti o che non crediamo allo sviluppo e al possibile risveglio della città: proprio perché ci crediamo e lo auspichiamo siamo più pungenti, tentiamo di smuovere l’aria, ci armiamo di ventilatore per agitare le coscienze. Ma ormai, come diceva l’indimenticabile, ma già dimenticato da molti, don Tonino Bello, siamo vittime del privatismo, male oscuro del secolo. Gli intellettuali, “chiusi nelle loro torri d’avorio hanno abbandonato i laboratori della sintesi dove la poesia si mescola col giornale, il sogno con la realtà, la tensione assiologica con le fredde esigenze della tecnica, gli spartiti musicali della vita con gli arrangiamenti banali dei rumori quotidiani. E intanto la città muore: col vostro nulla osta. La città benestante, consapevole dei suoi mezzi ma cieca nei suoi fini, corre verso un degrado di felicità mai conosciuto finora; mentre la città diseredata vive in simbiosi con la disperazione più nera e langue per asfissia da futuro”. Sforziamoci allora di capire, di partecipare, di raccogliere l’appello accorato dei giovani, di dare risposte ai messaggi che continuano a mandarci e che non raccogliamo (come l’occupazione della colonia marina, un disperato tentativo di avere un proprio spazio). “Siamo stanchi, stanchi di essere dimenticati - dicono - e di non poter godere di realtà che ci spetterebbero di diritto, stanchi di vivere nei sogni per non morire nella realtà”. Quindici - 10.4.1995
Felice de Sanctis - QUINDICI
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