L'America vacillò quel lunedì
Un anno fa il crack di Wall Street
18/10/1998 0.11.00
E’ entrato nella storia come il black monday, il lunedì nero. Quel giorno il sole di Wall Street, la Borsa di New York, i cui raggi da mesi inondavano i mercati finanziari, si oscurò improvvisamente. In poche ore, in un'eclisse di «carta bruciata», ci fu il crollo dell’indice Dow Jones del 22,62% da 2.246 a 1.738 oltre 500 punti. L’«effetto contagio» fu rapidissimo: nel giro di appena 12 ore crollarono tutte le Borse mondiali: -14,9% a Tokyo -40% a Hong Kong; a Londra furono «bruciate» 50 miliardi di sterline, a Milano 11mila miliardi. Cominciava così un anno fa, il 19 ottobre dell'87, la seconda grande paura dell’America, dopo quella del «giovedì nero» del 1929 una reazione a catena che rappresentò la fine di un’epoca e dell’illusione del facili arricchimenti, nella convinzione diffusa che il denaro si produca mediante altro denaro. L'economia reale, quella derivante dalla produzione di beni, si prese la sua rivincita sull’«economia di carta». Finì la stagione degli operai, degli impiegati e perfino delle casalinghe che giocavano in Borsa, definiti in modo dispregiativo, dal «signori» della grande finanza il «parco buoi». Ma finì anche la stagione degli yuppies (young urban professional), i giovani professionisti urbani: operatori di Borsa appena trentenni, spregiudicati, ottimi studi (bocconiani, diremmo noi), master in economia, perfetta conoscenza dei computer, sempre up to date: aggiornatissimi. Gli enfant prodige del rialzo continuo che usavano la Borsa come un grande gioco del «Monopoli» erano diventati un fenomeno: giocavano e vincevano e in poco tempo si ritrovavano miliardari nei «cieli della finanza». Automobili costose, appartamenti lussuosi, gusti sofisticati e abitudini esclusive. Una vita giocata tra l’edonismo e il rischio, sul filo del precipizio, ma con l’ostentata sicurezza di non cadere mai. Poi venne l’eclissi: licenziamenti, fallimenti e rovina per tutti i giovani rampanti. Fino ad oggi si calcola che sono stati non meno di 15mila i posti di lavoro perduti nel settore dell’intermediazione finanziaria. Allora fu facile per quasi tutti gli economisti (tranne alcune illustri eccezioni come i premi Nobel Paul Samuelson e Franco Modigliani) rivestire i panni di Cassandra e farsi profeti di sventure: «Inizierà ora la grande depressione, come nel '29», per effetto della «teoria del contagio», per cui la crisi si sarebbe ripercorsa sul sistema produttivo. Ad un anno di distanza, in realtà, la crisi non c’è stata, anzi gli spettri sinistri della recessione sono stati messi in fuga da un boom dell'economia reale che tira magnificamente. Ciò è avvenuto anche grazie alla caduta del prezzo del petrolio, alla distensione internazionale e alla cooperazione fra i «Sette Grandi» per un controllo dell’andamento delle valute. Le stime del Fondo monetario internazionale, dopo l’ultimo incontro di Berlino, pronosticano per l'88 un aumento in media del 4% del reddito del principali Paesi industriali rispetto all’anno scorso. Come mai si è verificato boom? C’è una prima spiegazione immediata e molto semplice: a possedere le azioni è la classe sociale più ricca, la cui spesa di consumo è poco influenzata dal valore della ricchezza. Poi non va trascurato il merito delle autorità monetarie, che un anno fa misero in atto una tempestiva riduzione dei tassi di interesse. Se si riflette un attimo, si può considerare che il crack non ha fatto altro che interrompere un trend di ascesa delle quotazioni azionarie che durava da troppo tempo: oltre 5 anni. (Nella foto, Michael Douglas nel celebre film su Wall Street). Il pericolo è, dunque, passato definitivamente? Dopo il 1929 il massimo livello di recessione si ebbe tre anni dopo nel '32, per cui non conviene essere troppo ottimisti, almeno per scaramanzia o per prudenza. Del resto sono soltanto tre i Paesi in cui le Borse sono tornate al di sopra dei livelli li precedenti al crollo: Belgio, Danimarca e Francia. Inoltre occorre tenere sempre presente 1’invito del governatore della Banca d' Italia espresso una settimana dopo il crollo dell’87, valido ancora oggi: bisogna guardare all’economia reale. La Gazzetta del Mezzogiorno 1ª pag. - 18.10.1988
Felice de Sanctis
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