Dal caffè alla marmellata
Lettera al Cavaliere
30/03/1996 7.31.00
Caro Cavaliere, in questi giorni di campagna elettorale stiamo ascoltando le solite promesse: il milione di posti di lavoro (in più o in meno, secondo le circostanze e l’uditorio), la drastica riduzione delle imposte e la detassazione dei Bot. In tanti mesi di assenza dalla “stanza dei bottoni” la sua fantasia non è riuscita a produrre di meglio? Lei con i suoi alleati tenta di turlupinarci con promesse inverosimili e soprattutto dannose per l’economia. Non è degno di chi si considera un grande manager, un uomo capace di trasformare uno Stato borbonico come il nostro in un’azienda moderna, come dichiara nelle sue “auto-interviste”. Perché non spiega agli italiani, invece, dove il governo dovrà trovare i soldi che perderà dalle mancate entrate fiscali? Non certo dai tagli alla spesa pubblica, già ridotta all’osso e - come ha dichiarato il ragioniere generale dello Stato, Monorchio - non ulteriormente contenibile se non al prezzo del licenziamento di migliaia di dipendenti statali (altro che un milione di posti di lavoro in più!) e di un aumento del deficit pubblico che ha già superato, anche grazie a lei, i due milioni di miliardi. Chi pagherà? Il solito Pantalone, i lavoratori dipendenti, non certo gli evasori. Ma ciò che mi sorprende è la credulità degli italiani: dai commercianti che si lamentano per il proliferare degli ipermercati e chiedono di essere garantiti, proprio da lei, che è il proprietario della Standa ai lavoratori dipendenti che, nell’applaudirla, dimenticano le accuse di parassitismo ripetutamente lanciate dal suo partito. A lei non interessa il rischio di una ribellione fiscale, se si continua ad alimentare la rabbia dei cittadini. Comunisti riciclati Che dire poi dei continui allarmi al pericolo comunista? Non ci crede più nessuno. E poi, come ha ricordato Umberto Eco, tutti i comunisti o gli ex maoisti, stanno nella sua coalizione, dai Liguori ai Vertone, dalla Maiolo ai Colletti, dagli ex esponenti di Lotta Continua a personaggi vicini al partito armato, opportunamente riciclati e rimessi a nuovo, magari in doppiopetto blu. Forse lei che ha avuto una zia suora e si sente “Unto del Signore”, ha la vocazione a convertire gli infedeli? Ha proprio ragione chi sostiene che si comincia con Lotta Continua per finire alla Confindustria o alla... Fininvest. La sua - come dice Montanelli - è solo “demagogia da baraccone di fiera”. Come si concilia l’arroganza verbale e governativa, tipica di “Forza Italia” (anche a Molfetta i suoi esponenti proclamano “se vinciamo, il sindaco si deve dimettere”) con il vantato moderatismo. Se i moderati, il cosiddetto centro, sta dalla sua parte, vuol dire che sarà necessario correggere anche il vocabolario (non escludo che se lei tornerà a Palazzo Chigi farà anche questo, sull’esempio del suo famoso predecessore durante il ventennio). Un candidato locale in linea Tra i berlusconidi in lista, c’è anche un candidato molfettese, che ha subìto una metamorfosi straordinaria ed è stato perfettamente clonato dalla sua organizzazione. Inoltre è proprio il candidato ideale per “Forza Italia”, ha tutti i requisiti in regola: avvocato (lei ha una preferenza per questa categoria, da Previti in giù), estremista rosso, già comunista, quasi democristiano, passionale come Sgarbi e Ferrara, perfino titolare di una tv locale. Una bella marmellata. Con delle referenze così, non poteva non ricevere buona accoglienza in “Forza Italia”. Lei è perfino riuscito a fargli indossare un doppiopetto blu. Almeno sui manifesti. Insomma, al Senato, rischiamo di passare dal caffè alla marmellata. È proprio un nuovo miracolo italiano. Quindici 30.3.96
Felice de Sanctis - QUINDICI
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