Anatocismo, le banche hanno torto
15/03/2001 9.14.00
Tempi duri per le banche. Prima la decisione del commissario europeo Mario Monti di avviare un’indagine nei confronti di alcuni istituti di credito accusati di fare cartello contro i clienti e ora la sentenza di un giudice di pace di Rho che in un contenzioso portato avanti da un correntista contro l’Unicredito, per la trimestralizzazione degli interessi passivi, ha dato ragione al primo. E così dopo la battaglia contro i rincari delle Rc auto, le associazioni dei consumatori si sono tuffate sull’altro antico problema che considerano di grosso danno per i cittadini: il fenomeno dell’anatocismo, la capitalizzazione trimestrale appunto degli interessi passivi, cioè il calcolo degli interessi sugli interessi. Facciamo un esempio: con una somma capitale di 100.000 lire, dopo un anno al saggio legale del 10%, maturano 10.000 lire di interessi, mentre per l’anno successivo, nei casi in cui vi è l’anatocismo, gli interessi maturano su una somma base di 110.000 lire, giungendo così ad ammontare a 11.000 lire e non più a 10.000. Insomma col meccanismo della capitalizzazione trimestrale degli interessi un debito di 100 milioni per 20 anni al tasso del 20%, può arrivare alla scadenza a un maggiore importo di oltre 4 miliardi, quando con la capitalizzazione semplice sarebbe di 500 milioni. Si può ben immaginare il danno che ne ricavano le imprese, molte delle quali sono fallite per non essere riuscite ad assolvere un impegno così oneroso e assurdo. L’anatocismo è regolato nel nostro ordinamento giuridico dall’art. 1283 del codice civile, che stabilisce che gli interessi scaduti, di regola (cioè salvo usi contrari) non maturano se non dal giorno in cui è stato richiesto, con domanda giudiziale, il pagamento di questi interessi. il divieto di anatocismo è stato previsto, perciò, in difesa del debitore (che è possibile ritrovare nel divieto di usura) per limitare, entro precisi ambiti e modalità, la remunerazione del capitale. Nel marzo del ’99 con due sentenze la Corte di Cassazione, ribaltando l’orientamento precedente, sentenziò che gli interessi scaduti non potevano produrre altri interessi. E cominciò la battaglia tra banche e consumatori che chiedevano la restituzione delle somme pagate in più. Successivamente il governo D’Alema accolse il «grido di dolore» che proveniva dalle banche (i costi di restituzione, a loro parere, sarebbero ammontati a circa 100mila miliardi) e con il decreto 342 dell’agosto ’99 sancì la validità dei vecchi contratti, sanando le situazioni anteriori al 19 ottobre del ’99, data di entrata in vigore del decreto. Il 17 ottobre del 2000 sulla vicenda interviene la Corte Costituzionale che dichiara l’illegittimità dell’art. 25, comma 3 del decreto legislativo 342 del ’99, il cosiddetto «salva interessi». La sentenza della Consulta riapre la strada a una valanga di ricorsi. Le associazioni dei consumatori invitano i cittadini a fare ricorso e cominciano ad arrivare le prime sentenze favorevoli, anche in Puglia che è stata una delle prime a sancire questo reato. L’anatocismo, come abbiamo visto, produce effetti devastanti anche su piccoli debitori e mette a rischio le piccole e medie imprese. Ma cosa occorre fare per recuperare le somme versate in più? Innanzitutto occorre presentare domanda di rimborso alla banca con una lettera raccomandata di ricalcolare le competenze dall’inizio del rapporto sino ad oggi, eliminando il costo della capitalizzazione trimestrale degli interessi, in quanto in contrasto con la disposizione di cui all’art. 1283 del codice civile (anatocismo). Questa lettera serve soprattutto a interrompere i termini di prescrizione fino a 10 anni. Occorre, infatti, ricordare che i possibili rimborsi non sono automatici, ma dovranno essere richiesti esplicitamente. Entro 60 giorni chi non avrà ricevuto risposta o l’avrà avuta negativa, potrà rivolgersi al giudice di pace competente (se la somma è inferiore ai 5 milioni) o al tribunale civile (se superiore). E’ importante tener presente che l’eventuale contenzioso non riguarda tutti i correntisti, ma solo i privati che hanno avuto uno scoperto e le imprese industriali, artigiane e commerciali, più soggette ad avere scoperti bancari. Secondo alcuni calcoli su ogni 10 milioni di prestito concessi dalle banche, la somma che i consumatori possono chiedere come risarcimento ammonta a circa due milioni. Il calcolo parte da un’ipotesi di prestito di 10 milioni ad un tasso del 16% (media degli ultimi 10 anni) che, ricapitalizzato trimestralmente, ha prodotto circa 100.000 lire annue di interessi passivi e 40.000 di commissioni di massimo scoperto (media 1% trimestrale). Con la rivalutazione monetaria, tale somma di 140.000 lire l’anno, moltiplicata per gli ultimi 10 di rivalsa, dà diritto ad una richiesta di circa 2 milioni per ogni 10 milioni di prestito, scopertura di conto corrente, affidamento, ecc. La sentenza di Rho riapre il fronte bancario: ora i consumatori saranno più agguerriti, siamo solo all’inizio di una guerra che si annuncia lunga e tormentata e forse sarà compito del prossimo governo districare una matassa dove gli interessi contrapposti sono molto forti.
Felice de Sanctis - La Gazzetta del Mezzogiorno
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