Per conoscere la Cina ci vorrebbero 100 vite
L’impero Celeste alle soglie del 2000
25/02/1992 0.08.00

dal nostro inviato
FELICE DE SANCTIS

PECHINO - Il bambino nel seggiolino agganciato al manubrio, la moglie sulla canna, il papà sul sellino alla guida e il nonno seduto sul portapacchi posteriore. E’ questa station wagon alla cinese un’immagine ancora frequente a Pechino, ma milioni di biciclette sono sempre più assediate da automobili e moto anche di grossa cilindrata (quasi tutte giapponesi), taxi e autobus urbani Sembra 1’anticamera del caos, come a Roma o a New York. Invece, incredibilmente, tutti i veicoli riescono a convivere, anche se non proprio nel segno dell'antica armonia confuciana. Circolano, però, con una certa regolarità, senza disturbarsi a vicenda. In un paese occidentale sarebbe stata la paralisi. Merito anche delle grandi arterie: «Le vie della città sono così dritte e spaziose che l’occhio le può percorrere da un capo all’altro». Non è il commento di un turista dei giorni nostri, ma di un viaggiatore illustre di sette secoli fa, un mercante veneziano: Marco Polo. Oggi Pechino offre la stessa impressione, solo che ai cavalli e ai cammelli di un tempo si sono sostituite biciclette e automobili. L’EQUILIBRIO DEGLI OPPOSTI Ecco l’aspetto della nuova Cina che cresce e vive una contraddizione fra conservazione e innovazione, in un gioco armonico, che riflette l’atavico equilibrio tra due poli estremi. E’ difficile capire questo Paese: «Ci vorrebbero cento vite per conoscere la Cina», diceva Confucio. Ma chi vuol tentare almeno di comprendere qualcosa, non può prescindere da questa filosofia. «In principio erano i due elementi yin e yang: dal loro antagonismo, dal loro oscillare, dal loro alternarsi, sono nate tutte le cose». E’ 1’essenza della teoria cosmogonica e delle dottrine filosofiche e religiose sviluppatesi spontaneamente nella cultura cinese nella notte dei tempi, prima che Confucio (551-479 a. C.) e il suo coetaneo Laozi, le «codificassero» nelle rispettive dottrine del confucianesimo e del taoismo, per indicarne limiti e domini di influenza nella vita dell’uomo. L’in rappresenta l’oscurità, la passività, l’odio, la menzogna, la barbarie, il freddo, il femminile. Yang è il suo opposto: la luminosità, l’attività, l’amore, la verità, la civiltà, il caldo, il maschile. Questa è la Cina, il dualismo degli opposti, insito nel pensiero orientale, che ne condiziona la vita sociale, politica, religiosa e soprattutto culturale. Un esempio? Il contrasto tra città e campagna: alla calma delle risaie terrazzate o alla prateria dove la vita scorre uguale da secoli, si contrappone la frenesia delle grandi città, ormai occidentalizzate. TRA SOLITUDINE E MOLTITUDINE Un mondo misterioso e affascinante che si concede subito all’ospite straniero, ma che un istante dopo si richiude, diffidente, si offre e si ritrae improvvisamente nascondendosi, capovolgendo le immagini, confondendo segni e colori. E’ difficile per gli occidentali (che loro chiamano ta pi-tza, nasi lunghi), classificare, separare, definire le cose cinesi. Ho letto su una parete: «Non esiste nulla di più inutile di un cinese solo». Eppure anche la solitudine fa parte della cultura e del paesaggio. Ecco un altro contrasto. Anche se lo volesse, il cinese difficilmente riuscirebbe a restare solo, costretto com'è in una moltitudine umana, simile ad un formicaio. Ma si può essere soli anche nella massa e molti lo sono: hanno sentito tutto e il contrario di tutto e ora non credono più a nessuno. Dopo tutti i vari cambiamenti di rotta, il comunismo ha perso la sua credibilità: la gente finge di crederci, ma solo per paura, mentre cresce lo scontento. A incrinare ancora di più la fede ha contribuito il crollo dell’Urss. E nell’animo dei cinesi cresce il senso di incertezza per il futuro. Ne sono coscienti anche i governanti, che insistono nel raccontare la «catastrofe» dell’Urss, come errore nell’applicazione del socialismo. Ma, forse, non si rendono conto che così facendo rafforzano, nel singolo individuo, la convinzione che può accadere anche alla Cina una simile «catastrofe». E’ difficile sapere cosa pensano esattamente i cinesi: hanno paura di parlare per timore del regime dittatoriale e inoltre possiedono una grande discrezione. Nei discorsi con gli altri, soprattutto estranei, il privato, le storie personali, la gioia, il dolore, non entrano. IL PAESE DEL PARADOSSO Ci hanno donato tante cose: la bussola, la polvere da sparo, l’uso del cavallo, la ruota l’intuizione dei caratteri mobili della stampa. Hanno un raffinato senso dell’ironia. Diceva Ciu En Lai a Kissinger: «Siamo il popolo più serio della Terra. Infatti noi abbiamo creato la stampa, ma non i giornali, la bussola, ma non abbiamo scoperto l’America». Viaggiare in questo immenso Paese, perciò, vuol dire attraversare il paradosso, per scoprire alla fine la perfetta armonia che nasce dall’alternanza e dal contrasto degli elementi. Come raccontarlo, allora, questo viaggio? «Le cose vedute dirà di veduta, e l’altre per udita», scriveva Marco Polo nel Milione. Cercheremo di seguire il suo esempio. La Cina oggi, a due anni dai tragici fatti di Tienanmen mostra un volto apparentemente tranquillo (i dirigenti comunisti fanno di tutto per cancellare il ricordo della strage del giugno ‘89 e i militari di guardia alla piazza sono estremamente rigidi nei controlli. La stessa situazione politica interna sembra caratterizzata da una sostanziale «stabilità», anche se forzata, sia nel mantenimento dell’ordine pubblico, sia nella saldezza delle posizioni di potere dell’attuale classe dirigente. IL FANTASMA DEL VECCHIO DENG Ma dietro quest’apparente tranquillità surrealista aleggia il fantasma del capo carismatico, Il vecchio Deng Xiaoping. E nel lento scorrere dei giorni, sembra che questo popolo senza tempo, attenda solo che l’ultimo «timoniere» raggiunga il compagno Mao o Carlo Marx, come lo stesso Deng ama ripetere, nella tranquillità celeste. Lontani gli echi di Tienanmen, intrappolate nell’alveo delle coscienze le grida disperate dei giovani schiacciati dai carri armati, dimenticata la feroce repressione, la Cina oggi resta in paziente attesa e si preoccupa di crescere. Il potere è saldamente nelle mani della generazione degli ultra ottuagenari protagonisti della «Lunga marcia», ancora artefici delle scelte strategiche. Nel corpo dell’ultimo grande Paese del socialismo reale, che ha ereditato dalla dissolta Unione Sovietica il testimone del comunismo, sta nascendo e, anzi, si sta sviluppando il germe del capitalismo. La gente, messa da parte la politica, pensa a produrre e a migliorare il proprio tenore di vita, mentre il partito, consenziente, lascia che «l’infezione» si sviluppi, sicuro di controllarne l’evoluzione, credendo nel vaccino del comunismo, che alla fine può far nascere il miracolo del benessere anche attraverso l’«odiato» consumismo. UN POPOLO PRAGMATICO Dice un proverbio cinese, abbastanza pragmatico: «Le nostre menti tendono a sinistra, ma le nostre tasche sono a destra». Questo popolo possiede un'eccezionale spirito di indipendenza e di iniziativa, che né il rigido regime, né la cortina dell’ideologia collettivista sono riusciti, a sradicare. Si spiega così la necessità di una politica di riforme e aperture verso l’esterno che sono alla base delle scelte politiche negli ultimi dieci anni. E il «merito» di tutto ciò i cinesi lo attribuiscono a Deng, che ha letteralmente ribaltato la politica di Mao, che aveva provocato solo la paralisi e il sottosviluppo del Paese negli anni terribili e folli della rivoluzione culturale (1966-76). La gente queste cose le sa, le ha sperimentate sulla propria pelle, soprattutto nelle campagne, dove vive il 78% della popolazione che ora non è più costretta per fame a dare la caccia ai topi per scuoiarli e arrostirli sulla brace. Oggi il popolo non si nutre più di sola propaganda politica, ha la possibilità di alimentarsi in modo sufficiente, di vestirsi con abiti di foggia e taglio diversi dalle umilianti casacche di Mao, può ballare (prima era proibito), ascoltare musica straniera e perfino studiare e parlare 1’inglese, che sta diventando quasi una seconda lingua perché permette ai cinesi di allargare l’apertura verso l'esterno. IL VIRUS DEL CAPITALISMO Non è più la Cina di Mao (del «Grande Timoniere» fuori di Tienanmen è difficile trovare immagini in giro). La fame, il terrore, la febbre del libretto rosso e il caos (eppure il saggio e realista Ciu En Lai aveva ammonito: «Quando il latte, troppo agitato, comincia a diventare burro bisogna smettere»), sono oggi solo cattivi ricordi da rimuovere dalla memoria. Cancellati da tempo anche il culto della personalità e l’esposizione delle gigantografie dei «padri del comunismo» e dei dirigenti del partito. Non è più nemmeno il Paese di Confucio, né dei mandarini istruiti e del popolo schiavo (sono scomparsi per sempre gli inchini), ma non è ancora quella Cina socialista e moderna pensata da Deng. Forse non lo sarà mai. L’incalzare del «capitalismo» e 1’apertura all’economia di mercato, col tempo, malgrado le previsioni del regime, cancelleranno anche qui il socialismo reale (già oggi è un ibrido), che non appartiene alla cultura e alla filosofia orientale, per sostituirlo con qualcosa che oggi appare ancora indefinito e forse lontano dopo il crollo del regimi dell’Est europeo, i limiti temporali non sono mai una certezza). Sulla fine del comunismo, ma non sui tempi, stranamente fu già profeta proprio Mao, quando confidò al giornalista americano Edgrar Snow: «Tra mille anni rideranno di Marx, di Lenin e anche di me». Sono bastati cinquant’anni. «E’ difficile cambiare le cose in tempi brevi – ci dice uno studente cinese, che lasceremo anonimo – lo spirito di Tienanmen non è morto, è stato messo in letargo come le nostre tartarughe, in attesa di tempi migliori e più maturi e di un completo ricambio generazionale. Noi studenti siamo una piccola minoranza, che non può cambiare nulla senza l’appoggio della massa dei contadini, gli stessi che decretarono il successo di Mao Tse Tung e che oggi appoggiano Deng, il quale li ha tolti dalla miseria e dalla fame, a prezzo della libertà». IL POTERE NELLE MANI DI PARTITO ED ESERCITO La guida del Paese è saldamente nelle mani del partito comunista, del governo e dell’esercito che, congiuntamente, gestiscono il potere, con l’obiettivo di evitare il rischio di eccessive accelerazioni del processo di riforma: temono possa portare ad una situazione di ingovernabilità. La conseguenza di ciò è che anche i rappresentanti più giovani dell’establishment attuale (e in particolare il segretario generale del partito e il primo ministro) subiscono l’influenza determinante degli ultimi reduci della «lunga marcia» e della rivoluzione popolare. Essi si guardano bene dal proporre riforme più avanzate per paura di fare la fine degli ultimi due segretari del partito, ambedue silurati per aver interpretato in maniera troppo estensiva la dottrina di Deng. Ecco la contrapposizione presente nel vertice politico del Paese. Ora l’ala conservatrice legata all’ortodossia marxista-leninista e quella progressista; hanno raggiunto un delicato equilibrio: ritorna anche in politica l’antica contrapposizione tra yin e yang. Solo così può spiegarsi la situazione. Ma c’è un altro fattore che permette di capire questo apparente «immobilismo politico: il culto degli anziani. Le riforme di Deng non riusciranno a cancellare la Cina del passato: negli ultimi 10 anni c’è stato un primo cambio generazionale, che ha introdotto un nuovo modo di vivere legato anche allo sviluppo della tecnologia, ma non è riuscito a mutare il modo di essere e di pensare dei cinesi. La famiglia e la burocrazia restano le strutture portanti della società dal III secolo avanti Cristo. E nella famiglia resiste il potere dei nonni, davanti al quale deve cedere anche il partito. La Gazzetta del Mezzogiorno – 25.2.1992 - 1 Continua

Felice de Sanctis
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