Mediobanca, la cassaforte contesa. Nuova guerra pubblico-privato
Dopo le nomine nelle banche Iri, insidiato il potere di Cuccia
13/06/1990 3.02.00
Si preparano gli eserciti, si affilano le armi, si contano le truppe, in vista di una battaglia che si annuncia come una delle più grandi degli ultimi due decenni tra pubblico e privato: quella dell’Enimont, a confronto, appare una scaramuccia. Il terreno di scontro non è militare ma finanziario. L’oggetto della contesa è un «centauro», con il corpo pubblico e la testa privata: Mediobanca, la più grande merchant bank italiana, la banca di affari da cui sono passate tutte le maggiori operazioni finanziarie del nostro Paese. Mediobanca è un ente di finanziamento a medio termine per le imprese, controllato per il 25% dai grossi gruppi privati (Agnelli; De Benedetti, Pirelli, Pesenti ecc.) e per un altro 25% dalle tre banche pubbliche dell’Iri (Comit, Credit e Banco Roma), l’altra metà della quota è divisa tra 46mila piccoli azionisti (il 43,74%) e tra i Fondi comuni d’investimento (626%). Mediobanca ha, però, diverse partecipazioni nelle maggiori società italiane (Fiat; Generali, Pirelli, Gemina, Mondadori, Olivetti, Fondiaria, Montedison ecc.) e in alcune di esse la sua presenza è determinante fino a condizionarne gli equilibri. Di qui l’enorme importanza politico-finanziaria dell’istituto di via Filodrammatici di Milano. A guidare il "centauro" è sempre il «grande vecchio» Enrico Cuccia (foto), che nonostante i suoi 83 anni, continua ad ispirare e pilotare tutti i grossi affari della finanza italiana. Da qualche tempo, però, il suo potere sembra essersi affievolito, non tanto per l’età avanzata e un recente intervento chirurgico, quanto per il desiderio del potere politico di ridimensionarne l’influenza. Regista occulto di tutti i grandi affari finanziari e industriali degli ultimi trent’anni (dalla vendita alla Libia delle azioni Fiat alle varie trasformazioni della Montedison, dal matrimonio-divorzio tra Pirelli e Dunlop alla «creazione» di Gardini), Cuccia negli ultimi mesi ha perduto un po’ del suo carisma, non riuscendo a portare a termine alcune operazioni che gli stavano molto a cuore: la fusione tra Comit e Ambroveneto e la confluenza della Fondiaria nelle Generali. Il gran timoniere ha perso smalto? No, i politici hanno deciso che era ora di ridurne l’autonomia. Come? Impedendogli le suddette operazioni, ma soprattutto chiudendogli i rubinetti, rappresentati dalle tre Bin (le banche dell’Iri). Queste, infatti, in base ad una convenzione risalente al 1966 e rinnovata automaticamente ogni tre anni, assicurano a Mediobanca (che non ha sportelli propri) la raccolta in esclusiva della provvista finanziaria a medio termine (certificati di deposito, obbligazioni ecc.) indispensabile alla sua sopravvivenza. La prossima scadenza della convenzione è il 31 dicembre di quest’anno e c’è chi vuole ridiscutere tutto. Per fare ciò è necessaria una disdetta sei mesi prima, cioè entro il 30 giugno. Nel frattempo si è provveduto a rinnovare i vertici delle Bin, rimuovendo alcuni uomini legati a Cuccia, per sostituirli con banchieri più vicini ai partiti di governo, ai quali tocca ora decidere se rinnovare o meno la convenzione. Di qui la corsa all’acquisto in Borsa delle azioni dell’istituto milanese, che da gennaio ha fatto guadagnare al titolo il 22%, facendo passare di mano oltre il 10% del capitale di Mediobanca. I rastrellamenti sono opera dei due eserciti: quello pubblico e quello privato, per precostituire un blocco contro l’altro in vista di una possibile battaglia societaria, che si annuncia più avvincente di quella per la conquista della Sgb e della Mondadori? E’ possibile. Ma ci sono stati sicuramente anche gli acquisti dall 'estero dovuti alla solidità di Mediobanca (si prevede per quest’anno un utile netto di 197 miliardi, 35 in più di quello precedente). I grandi industriali Agnelli, De Benedetti e Romiti hanno escluso ipotesi di scalate sia a Mediobanca sia alle controllate Generali e Pirelli, ma hanno ribadito che l’assetto societario dell’istituto non si tocca. I ministri del Tesoro, Carli e delle Partecipazioni statali, Fracanzani, saranno ascoltati sulla vicenda martedì prossimo dalla commissione Finanze della Camera. Ci sono tre possibili scenari per la conclusione di questo «giallo». Il primo vede la prevalenza del controllo dello Stato attraverso l’Iri e le tre Bin. Per il secondo si ipotizza la totale privatizzazione dell’istituto (dopo quella parziale di due anni fa che portò la quota dei privati dal 6 al 25%) con la vendita delle quote delle tre Bin che frutterebbe non meno di 1.500 miliardi, utili per la ricapitalizzazione delle banche: ma c’è un ostacolo, i patti di sindacato che nessuno conosce bene (sembra siano tre) e che vincolano gli azionisti privati. La terza è quella più misteriosa: è tutta nella mente di Cuccia, quel diabolico banchiere che Raffaele Mattioli, mitico presidente della Commerciale, volle alla testa di Mediobanca, un istituto creatogli a misura nel 1943 ("quest’uomo è troppo intelligente per tenerlo qui alla Commercia1e" disse) e che da allora non ha ancora deciso di andare in pensione. Quel «siciliano dal sangue freddo», come lo chiama Carli, non ha certo intenzione di stare a guardare: prepara la sua successione e forse uscirà di scena con un ultimo colpo a sorpresa, degno della sua indiscussa fama. La Gazzetta del Mezzogiorno - 13.6.1990
Felice de Sanctis
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