Cina, si comincia dal presepe e si finisce al Giappone
Il Celeste Impero alle soglie del 2000
13/03/1992 8.03.00
Dal nostro inviato FELICE DE SANCTIS - PECHINO - La più grossa scommessa cinese si chiama industria. I dirigenti del Paese puntano tutto su questa carta, soprattutto per rimediare agli errori compiuti da Mao che auspicava il "grande balzo in avanti", che in pratica si rivelò "un semplice saltello - come scrisse uno del suoi più fedeli e affezionati biografi, il giornalista americano Edgar Snow. - compiuto su un piede solo, l'industria, che si trascina dietro la gamba zoppa dell' agricoltura". I politici cinesi credono all'industria, che per loro rappresenta la sfida del futuro. Ho ascoltato il ministro del Commercio estero cinese, Li Lanquing, il vice governatore della provincia più industrializzata della Cina (il Guangdong), Theng Geo Li e il sindaco di Canton, Li Zi Liu, parlarne in termini entusiastici al nostro ministro del Commercio estero, Lattanzio. Tra una tazza di tè e una "rinfrescata" con i soliti pannicelli bollenti, li ho sentiti elencare cifre e percentuali come noccioline, che il mio taccuino faceva fatica ad annotare. IL MITO DELL'INDUSTRIA. Proviamo a seguirli un po' in questa corsa di dati, riferiti a qualche anno fa, ma che comunque danno la dimensione dello sviluppo cinese: la più grande industria cotoniera che esista attualmente al mondo, con 18 miliardi di mq. annui (6,6 miliardi negli Usa); una produzione di acciaio partita da zero o quasi quarant'anni fa e arrivata ad oltre 40 milioni di tonnellate (negli Usa 77 milioni di tonnellate); 6 milioni di apparecchi televisivi prodotti; 2,5 milioni di lavatrici; solo 100mila frigoriferi, un prezioso articolo di lusso che da poco sta uscendo dalle fabbriche. Sicuramente nessuno di questi prodotti ha caratteristiche tali da costituire oggetto di esportazione. Ma diamo tempo al tempo: già oggi un'azienda di Shanghai invia orologi a Singapore, che per qualità e precisione non hanno niente da invidiare ai giapponesi. Facciamo un altro semplice esempio. Avete notato la provenienza delle lampadine per il presepe o l'albero di Natale e dei fuochi d'artificio che circolavano da noi tra Natale e Capodanno? Tutti "made in China". L'industria è, perciò, in grande espansione e prima o poi l'economia americana e quella occidentale dovranno fare i conti con quella cinese, come ora li stanno facendo con il Giappone. Supponiamo che un operaio cinese possa arrivare a guadagnare anche 25 dollari (circa 29mila lire) la settimana, che oggi sono già un sogno. Come potrebbero competere con i cinesi gli operai americani che i 25 dollari (più le indennità accessorie) li guadagnano in un'ora? Il costo del lavoro è ancora molto basso, ma anche i salari medi sono ridotti: un operaio guadagna 250 yuan al mese (circa 60mila lire), un professore 350 yuan (poco più di 85mila lire), un piccolo impiegato 200 yuan (50mila lire). Oggi sono in grande sviluppo le professioni autonome: conta più un meccanico (e guadagna di più) di un diplomato all' accademia. In compenso il potere d'acquisto è maggiore (dicono i cinesi che un dollaro Usa, qui ne vale 3), per il basso costo della vita: l'affitto di un appartamento non supera i 60 yuan al mese 15mila lire). PASSO DOPO PASSO VERSO IL LIBERO MERCATO. Le riforme di Deng (la via cinese al socialismo) puntano anche ad una progressiva riduzione dei beni di consumo distribuiti dallo Stato: nel 1984 erano 256, oggi ne sono rimasti poco più di una quindicina. Il resto è acquistabile sul mercato libero con un prezzo legato alla legge della domanda e dell'offerta. C'è stata anche una riforma dei prezzi, ne sono stati introdotti tre tipi diversi: uno statale, uno flessibile e uno di mercato. In agricoltura fino al 1987 il 92% dei prezzi era fissato dallo Stato, oggi la percentuale si è ridotta a meno del 30% e si punta alla graduale abolizione dei prezzi di Stato, lasciando il mercato libero di fissarli. Qualcosa di completamente diverso e di più razionale di quello che è avvenuto in Russia, dove i prezzi, liberalizzati di colpo, sono saliti alle stelle. LA CIOTOLA DI RISO DI FERRO. La massa operaia è in costante aumento. La popolazione dei centri urbani comprende non soltanto professionisti e funzionari, ma anche lavoratori dell'industria. Un posto nell'industria resta ancora ambito: è la "ciotola di riso tutta di ferro", come dicono qui per indicare un lavoro sicuro a vita. In pratica, una volta ottenuto il posto in fabbrica l'operaio, che già guadagna più dei suoi parenti contadini, si garantito una posizione tranquilla per il resto della sua vita e, con un po' di applicazione, può anche contare su promozioni regolari, anche se le aziende puntano sempre più ad incentivare una maggiore produttività. IL SOGNO DI UNA CEE ASIATICA. La Cina punta ad un rapido sviluppo per realizzare il suo sogno: il "Grande circolo economico cinese", una specie di Cee che comprenda anche Hong Kong, Macao e Taiwan. Come realizzare questo circolo che non farebbe dormire sonni tranquilli al vicino Giappone? Mettendo insieme le risorse migliori di ciascuno: la Cina ha spazio, forza lavoro e materie prime; i tre Paesi capitalisti hanno capitali; know how, management, tecnologie, sistemi finanziari ed informativi, oltre ad una certa esperienza nel commercio mondiale. Hong Kong potrebbe diventare la Bruxelles asiatica e il prodotto interno lordo complessivo raggiungerebbe i 500 miliardi di dollari (600mila miliardi di lire), facendo aumentare del 3% la popolazione cinese, ma accrescendo anche il suo Pil del 50%. Ad impedire finora il decollo di quest'iniziativa è stata la disparità fra i partecipanti alla Comunità asiatica. Il Pil pro capite è, infatti, di oltre 8mila dollari ad Hong Kong, di 5mila a Taiwan, mentre di appena 300 a Pechino. Di qui la necessità di marciare a tappe forzate verso uno sviluppo che permetta un avvicinamento agli altri partner. Esso può realizzarsi solo attraverso l'iniziativa privata, che cresce a ritmi impressionanti. Un ingegnere cinese, Tan Zeying, ha perfino progettato e realizzato il "piccolo scoiattolo", un'utilitaria che, costa solo poco più di un milione, il doppio di quanto entra in una famiglia media in un anno, ma che forse potrà coronare il sogno dei cinesi di avere un'automobile, che non congestionerà il traffico in virtù delle sue ridotte dimensioni. Allo stesso risultato mira l'allargamento delle zone di libero scambio. I GUAI DEL CAPITALISMO. Ma con l'apertura all'economia di mercato la Cina ha importato anche i guai: inflazione, salari in-sufficienti, doppio impiego per alcuni e disoccupazione per altri, oltre all'aumento della criminalità. Tutti fenomeni nuovi per la società cinese. Ora con la riforma, le imprese possono anche licenziare la manodopera in eccesso, un'eresia in un Paese comunista (ma anche in Italia, dove esiste ancora l'ultimo socialismo reale, non si licenzia nessuno). La Cina ha oggi 16 milioni di operai e impiegati in eccesso nell'industria (colpa anche questa di Mao, che considerava inflazione e disoccupazione malanni del capitalismo). La preoccupazione che gli effetti deleteri della combinazione tra sistema comunista ad economia centralizzata ed economia di mercato, aperta alla partecipazione dell'estero, possano pregiudicare le realizzazioni fin qui ottenute, spiega la tattica dello "stop and go", gli alternati colpi di freno e di acceleratore praticati negli ultimi anni. Si accentua, però; lo squilibrio tra ricche città della costa e l'interno del Paese, tra città e campagna, mentre cresce l'autonomia delle regioni meridionali, che stanno sfuggendo al controllo di Pechino. C'è il rischio anche qui di una disgregazione come nell'ex Urss? Forse. A determinarla, però, non sarebbero ragioni etniche, bensì economiche. IL RITORNO DI DENG. E' questo il timore del vecchio Deng, tornato recentemente sulla scena politica, dopo essere stato per due anni in "pensione", riuscendo ad aggregare al suo carro riformista perfino i militari, conservatori da sempre e ad oscurare la stella di Li Peng, il primo ministro, che appare in difficoltà. E lo stesso Politburo (il massimo organo direttivo del partito), su pressione di Deng, ha deciso di accelerare lo sviluppo e le riforme economiche, soprattutto dopo il crollo dell'Urss, che ha scompaginato gli equilibri all'interno del Pcc. Per seguire questa strada stata abbandonata ogni cautela ideologica (“l'ideologia non dà da mangiare” dice Deng): i cinesi vengono incoraggiati ad essere più coraggiosi nell'imparare "i metodi di gestione dei Paesi occidentali sviluppati". "Non importa se il gatto sia rosso o nero - è la filosofia dell'ultimo timoniere - purché acchiappi i topi". In pratica, non importa se le riforme siano di carattere "socialista" o "capitalista", importante è che alzino il livello di vita del popolo e quindi accrescano anche il consenso, e il consenso - sostiene Deng - si puo comprare più con il benessere, che con le libertà politiche e la democrazia. Per ora il vecchio leader ha vinto la sua battaglia contro i conservatori (che qui chiamano "la sinistra"), soprattutto in vista del 14° congresso del partito (si terrà in autunno), che dovrà decidere il futuro della Cina. Deng si augura "cento anni di riforme economiche", ma potrebbe anche avvenire uno sconvolgimento come quello dell'Urss, perché i problemi economici cominciano a farsi sentire, soprattutto al Nord e non si può sempre chiedere al ricco Sud di continuare a sostenerlo. Le casse dello Stato si svuotano per le continue trasfusioni a favore delle imprese pubbliche che, contrariamente a quelle private, accumulano deficit. Il futuro della Cina, perciò, si gioca in questi mesi. LA LUNGA MARCIA VERSO LA LIBERTA'. Ricordate la storia del vecchio cinese che vuole spostare la montagna? Scava, scava ogni giorno e viene deriso dalla gente: "Come pretendi di spostare da solo la montagna. Per farlo non basterà la tua vita". Ma il vecchio saggio: "Lo so, ma dopo di me scaverà mio figlio, poi il figlio di mio figlio, generazione dopo generazione ognuno farà la propria parte, fino a quando la montagna non ci sarà più". Così pensa questo popolo e, paziente, attende. E mentre il vecchio Deng controlla saldamente il potere, una breccia si è aperta nella grande muraglia, un lento ma inarrestabile tarlo erode la base dell'edificio. Al suo crollo, però, contrariamente a quello che è avvenuto in Russia, potrebbe non restare il vuoto, ma potrebbero emergere le nuove imprese abituate ormai all'economia di mercato e la Cina potrà conoscere, probabilmente, uno sviluppo simile a quello del Giappone, che pure era uscito distrutto dalla guerra. Forse sarà questo il merito dell' ultimo "timoniere", la sua felice intuizione, che mira, però, a conservare il potere al partito comunista, ma che inevitabilmente porterà alla sua dissoluzione, alla libertà e democrazia per i cinesi, un popolo che in secoli di storia non le ha mai conosciute. La Gazzetta del Mezzogiorno - 13.3.1992 - 5. Fine (le precedenti puntate sono state pubblicate il 25 febbraio, il 2, 13 e 20 marzo)
Felice de Sanctis
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